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L'antico pensiero indiano, nelle sue varie formulazioni, a partire da quella colta bramanica riguardante l'immensa produzione filosofica a quella religiosa e mistica, per giungere a quella "indianità" - traducendola come meglio si può dal temine sanscrito hindutvache rappresenta più che altro una categoria d'elezione molto cara ad occidentali in cerca di evasioni[1], ha suscitato da sempre grande interesse e amore per lo studio serio da un lato, oppure rifiuto ingiustificato - o giustificato dal semplice fatto di non possedere una tendenza all'indagine speculativa e al ragionamento profondo - dall'altro.[2]
In India  la vita religiosa della maggioranza degli hindu si fonda sulle nozioni apprese dai sacerdoti del villaggio, nozioni che riconducono quasi tutte all'idea che esista nell'universo una grandiosa e misteriosa potenza che può assumere innumerevoli forme. [3] per cui ogni cosa esistente rappresenta una parte dell'Energia cosmica. Non esiste nulla, quindi, che abbia un'esistenza indipendente, in quanto ogni singola esistenza mostra di avere un legame diretto con le altre parti del Cosmo.
Il nostro inguaribile eurocentrismo ci porta a considerare le precedenti antiche culture come primitive e il loro pensiero una qualche forma di totemismo, di animismo o, nella migliore delle ipotesi, di panteismo.
Eppure è sorprendente imbattersi in alcuni concetti o addirittura in alcuni termini di migliaia di anni fa, i quali lasciano intuire una conoscenza - anche se rudimentale ma non per questo meno valida - di ciò che oggi definiamo chimica e fisica. 
Basti pensare alla parola anu la quale in sanscrito significava qualcosa molto vicina ad una molecola o a un atomo.

In India, da migliaia di anni, l'uomo considera il suo ruolo come un agente interdipendente nel dramma macro cosmico. Il ruolo umano è considerato come la manifestazione della stessa forza primordiale che ha dato la nascita alle stelle e alle galassie. Esso è considerato alla luce di un più complesso piano cosmologico e in questa cosmologia è inclusa la scienza del vivere quotidiano, l'Ayurveda.
La maggior parte dei concetti indiani della Realtà possono essere spiegati in termini occidentali. Le forze che lavorano nel cuore della Creazione sono la "triade" che esiste al centro di ogni fenomeno: i tre guna: TAMAS (inerzia), RAJAS (attività) e SATTVA (essenza).
Tutta la Manifestazione scaturisce da una comune sorgente chiamata Prakriti. Essa rappresenta l'esistenza primaria, lo stato di completo bilanciamento e di equilibrio.
In questa condizione di unità indifferenziata l'esistenza si manifesta solamente attraverso la presenza di pure, alte frequenze. Per dirla al modo indiano, essa è solamente puro Sattva, essenza.
A causa del suo stato di pienezza e sovrabbondanza, SATTVA genera continuamente spazio da sé stesso. Questa produzione di spazio rappresenta il primo stadio della Creazione.

Per un certo periodo lo spazio fluisce liberamente, così come l'acqua nell'oceano. Ma una volta che ha inizio la Manifestazione (Creazione, per dirla in termini occidentali), tale spinta si rivolge inesorabilmente verso il basso.
Nasce allora un ostacolo al loro libero flusso e le correnti turbinano indietro su sé stesse. Tale ostruzione nel flusso libero dello spazio è causato da Tamas.
E' Tamas, quindi, la prima causa della Manifestazione perché senza alcuna ostruzione, le frequenze di Sattva non avrebbero la possibilità di convertirsi dalla condizione "sottile" a quella "grossolana", di cui sono composte le forme.
La presenza di Tamas rompe l'uniformità nel flusso dello spazio, formando un circuito indipendente. Questo nuovo circuito, questo sistema chiuso è rappresentato nella mitologia classica come l'Uovo d'Oro, in sanscrito Hiranya Garbha 

Quindi, fino a che Prakriti è senza moto, nulla esiste al di fuori del puro Sattva. Ma la stessa generazione di spazio crea il movimento, Rajas. E' nella natura stessa della Creazione che una volta iniziato il gioco del movimento - La Danza della Vita - che le energie fluiscano dall'alto verso il basso, dal sottile al più denso, nel modo delle forme. (guarda il video qui sotto)

Di per sé i Guna (Sattva, Tamas, Rajas) sono invisibili ai sensi umani; possono essere percepiti solo gli effetti della loro azione. Ma proviamo a osservare un uomo: tutto ciò che i sensi possono percepire non è in realtà quello che intendiamo per individualità. 
Il corpo passa attraverso innumerevoli cambiamenti; le cellule muoiono continuamente per essere rimpiazzare durante lo sviluppo.
I nostri tessuti, che sono formati all'atto della nascita, saranno completamente morti nel giro di dodici anni: ogni dodici anni abbiamo un corpo nuovo.
Tuttavia noi abbiamo un senso durevole dell'io, il quale non cambia mai; la nostra identità, quello che noi sentiamo e "sappiamo di essere" non cambia mai. E' questo senso dell'Io che può essere definito"uomo" e non ciò che i nostri occhi, o quelli degli altri, vedono.
Ed è a questo uomo che lo Yoga si riferisce! 

1.
Il criterio esteriore più sicuro per determinare l'appartenenza hindu sembra essere l'accesso ai templi. "L'indiano in quanto tale potrà sempre accedervi anche se non nutre sentimenti religiosi e non professa alcuna fede nelle dottrine tradizionali. In compenso l'occidentale che si conforma in modo puntiglioso alle prescrizioni del dharma...in nome di una fede entusiasta negli insegnamenti dei testi venerabili dell'induismo se ne vedrà impedito l'ingresso, non essendo un hindu ma semplicemente un "barbaro" (mleccha) che ha adottato un modo di vità hindu. - Cfr. M. Piantelli, L'hinduisme - Encyclopaedia Universalis, paris 1988 
2.
Persino insigni ricercatori e acclamati sanscritisti come Henry Thomas Colebroke (1765-1837), padre fondatore del British Orientalism cui si attribuiscono  la scoperta e graduale padronanza di molte meraviglie della lingua sanscrita e la sua voluminosa tradizione letteraria, nutrirono un'avversione filosofica, ad esempio, per lo stile di vita degli yogi. Cfr. David Gordon White - The Yoga Sutra of Patanjali - A Biography. 
3.
Stefano Piano - Sanaatana Dharma