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"Fu allora che apparve sulla scena indiana un personaggio enigmatico, astuto e ascetico, ambizioso e devoto, uno di quei guru che sembrano esercitare un incredibile magnetismo sulle folle e che spesso le portano alla rovina. Questo personaggio si chiamava Mohan Das Gandhi
In pochi anni Gandhi eliminò tutti i capi dei partiti e divenne una specie di simbolo dell'India. Fu praticamente con lui solo che il governo britannico decise dell'avvenire dell'India, il più disastroso che si potesse immaginare, dal momento che si arrivò alla divisione del paese, a uno dei più grandi massacri della storia, all'eliminazione del sistema sociale e della cultura tradizionale, alla soppressione della casta dei principi, al genocidio delle tribù primitive, alla rovina delle caste artigianali e alla loro 
trasformazione in un miserabile proletariato.
Tutto ciò presentato come un progresso. I letterati hindu consideravano Gandhi una specie di anticristo e quando venne assassinato resero cerimonie di ringraziamento. 
Ma oramai era troppo tardi. mentre era in vita nessuno era stato capace di opporsi alla sua influenza nefasta. sarebbe passato ancora molto tempo prima che le vittime del suo carisma, in India come in Occidente, osassero fare il bilancio della sua azione".

E' una descrizione non troppo tenera del Mahatma resa dal celebrato autore, uomo di grande versatilità culturale e artistica, Alain Daniélou, nel suo volume Storia dell'India.
Alla fine del 1914 Gandhi lasciò il Sud Africa, dove si era battuto per il riconoscimento dei diritti civili delle comunità indiane e musulmane, e tornò in India ponendosi a capo della battaglia per i diritti del suo paese contro la tirannia inglese.
Ma l'India non era il Sud Africa, dove gli indiani non avevano rivendicato altro che gli elementari diritti di cittadinanza, loro negati. Il problema indiano era assolutamente differente. L'India combatteva per l'auto governo e  l'Indipendenza. Qui erano già sorti importanti movimenti, guidati da persone di prestigio quali Bhimrao Ramji Ambedkar che passò gran parte della sua vita a combattere il sistema basato sulla partizione delle quattro caste sociali ed il riscatto dei fuori casta. Gandhi ne fece il suo vanto, coniando il termine  Harijan (figli di dio) contrariamente ad Ambedkar che continuò fattivamente per anni la sua battaglia senza tanto rumore.

A quel tempo Gandhi era già un personaggio santificato, avendo forgiato una nuova arma: la disobbedienza civile (satyagraha) che egli adoperò in una serie di battaglie contro le politiche razziste dei governanti britannici in sud Africa;  fu unto con il sacro appellativo di Mahatma (grande anima).

Ambedkar non era particolarmente innamorato di Gandhi, ma realisticamente accettò il suo contributo dicendo: "quando nessuno si avvicina a noi, anche la simpatia del Mahatma Gandhi è di non poca importanza".
Uno dei paradossi più amari della storia moderna è attualmente l'odio dei Dalits, dei fuori casta, per il Mahatma. Le radici di quest'odio sono da ricercare nel confronto tra Gandhi e Ambedkar durante le Tavole rotonde tenute tra il 1930 e il 1932.


(Ambedkar, nella fila davanti; il quarto da sinistra)

Le differenze tra i due si preannunciarono durante il primo incontro che ebbe luogo a Mumbai il 14 Agosto 1931. Dopo una fallita esperienza Ambedkar aveva abbandonato la speranza che gli indu si auto riformassero rifiutando il sistema delle caste; pensò così di girare le opportunità con la politica. Cercò la posizione di Gandhi su speciali garanzie politiche e una adeguata rappresentanza per le classi depresse.

Gandhi rispose:"io sono contro la separazione politica degli intoccabili dagli indù. Questo sarebbe assolutamente suicida".
Gandhi considerava le quattro caste come "fondamentali, naturali ed essenziali" e che gli indù avrebbero dovuto seguire la professione ereditaria. Il suo approccio alla questione dei fuori casta fu ingannevolmente migliorativo. Egli guardava all'intoccabilità come ad un peccato dell'induismo, ma non parte fondamentale di esso. Lo considerava come un flusso che deve essere rimosso dalle caste superiori, espiando per esse.
Sta di fatto che a distanza di oltre mezzo secolo gli intoccabili sono ancora la vergogna dell'India e nulla è cambiato, se non peggiorativamente.

Nel 1937 disse: "Chi nasce come un animale che si ciba di carogne deve guadagnarsi la sua sussistenza come tale e quindi fa tutto ciò che gli piace. Perché un tale animale è degno del suo salario al pari di un avvocato, o del vostro Presidente. Questo, secondo me, è Induismo".
Questo implicava esattamente l'internalizzazione consensuale del sistema delle caste e implicava il diniego di eguali opportunità in quanto veramente poche persone avrebbero ammesso che un animale che si ciba di carogne avrebbe avuto gli stessi diritti di un avvocato o di un Presidente.

Gandhi dichiarò che la legge delle Varna (caste) prescrive che una persona in questa vita deve attenersi alla legittima occupazione dei suoi antenati. E questo rappresentò una chiara negazione alle aspirazioni di emancipazione dei Dalit ostacolando quanti, ispirati da Ambedkar, avevano combattuto per l'annullamento delle caste.
La chiave per comprendere Gandhi è la sua preferenza per il consenso ed il disgusto per il conflitto, idealizzati in una società rurale.
Come straordinario stratega predicò ed agì non per risolvere le prevalenti contraddizioni, bensì per coprirle con una coperta di religiosità e di moralismo.

Nessuna persona di buon senso potrebbe obiettare la giustezza della dottrina dell'Ahimsa, la non violenza, predicata con tanto ardore dal Mahatma per conquistare l'indipendenza dell'India. Questa è implicita in ogni sana Costituzione, non c'è niente di originale in essa.
Ma immaginare che la maggior parte dell'umanità sia, o possa diventare capace di una scrupolosa aderenza a questi santi principi nella vita normale, giorno per giorno, è una semplice follia.
In effetti l'onore, il dovere e l'amore verso amici e parenti o verso il proprio paese può spesso costringerci ad abbandonarla, ricorrendo ad un ragionevole uso della forza. Costringere gli altri ad aderire ai propri principi e intenzioni attraverso il ricatto del digiuno fino alla morte è, fino a parola contraria, un'altra forma di violenza, ancora più subdola e nascosta perché fa leva sull'affetto e l'amore di chi non la pensa come te.

(continua)