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"Prima viene il matrimonio, l'amore verrà dopo". E' con questa verità che la ragazza indiana, sin dalla sua fanciullezza inizia a coltivare il sogno di diventare presto moglie devota, madre amorevole e nuora premurosa. Questi sono i tre ruoli sui quali si incentra l'intera vita di una fanciulla indiana, che vedrà scorrere la sua vita in funzione di una prassi che relega in ultimo piano qualsiasi desiderio di auto realizzazione all'interno della famiglia o nell'ambito della stessa società.
La famiglia è un nucleo protetto - in India come in tutte le società fortemente patriarcali - dove persino lo Stato, attraverso le opportune e a volte urgenti iniziative ha ben poca possibilità di intervenire: sarebbe considerata una grave interferenza volta a sgretolare la cosiddetta "privacy" della famiglia, cioè quello "zoccolo duro" che è il blocco sul quale più larghe strutture sociali possono essere edificate. "Verginità, castità, fedeltà non sono virtù ma vincoli per costruire e mantenere la famiglia. L'onore ne è la conseguente codificazione repressiva" [1]
Questo vale per l'India come per altri paesi quali Malesia, Indonesia, Singapore, Filippine, per non parlare degli stati islamici.

In quest'articolo che conclude la serie dedicata al maltrattamento della donna ci occuperemo della violenza domestica, una piaga che sembra riguardare più che altro le società moderne, ma solo perché probabilmente i tempi sono maturi per prenderne coscienza - soprattutto da parte del sesso femminile - ma in realtà presente  in quella che possiamo definire civiltà di tipo patriarcale già dai tempi della società protoindoeuropea (V - IV millennio a.C) in pratica da sempre!
Se qualcuno volesse obiettare che queste sono affermazioni estreme, non riconducibili ad una serena e obiettiva valutazione dei fatti, rispondiamo che basterebbe molto poco per rendersi conto, invece, del contrario: sarebbe sufficiente per l'uomo abbandonare per un po di tempo quella visione "virile" delle cose, senza paura di perdere inesorabilmente  e definitivamente quella mascolinità che gli garantisce  - come una corazza - stabilità psicologica e capacità di auto determinazione, regolarmente degeneranti in prevaricazione e sopruso nei confronti della donna.

Tutto ciò è avvenuto non solo nella storia dell'umanità, dove la cultura maschile in ogni suo aspetto ha teorizzato l'inferiorità della donna, facendo diventare questa inferiorizzazione del tutto naturale, allo stesso modo di come è naturale, per esempio, respirare per mantenere un corpo in vita! 
Non solo nelle grandi conquiste della storia dove l'uomo ha chiamato la sua "compagna" a combattere affianco a lui, nella (apparente) pari dignità per poi, immancabilmente, tornare a relegarla nel cantuccio degli sconfitti ai quali si concede qualcosina, ignorando spudoratamente che quel "qualcosa" ha il sapore del sangue e del martirio maschile, come di quello femminile. La Storia la conosciamo come il risultato delle azioni patriarcali!
Non solo nelle religioni istituzionalizzate come il cristianesimo, dove l'uomo è "spirito" e la donna è "carne"; dove "Cristo rappresenta l'irreversibilità del senso di colpa su cui si fonda la potenza del Padre. Nel percorrerla fino in fondo egli [Cristo] acquista la certezza che, immolandosi, ne esegue la volontà. E riscatta la comunità [dei credenti] a maggior gloria del Padre". [2]
Dove la prima donna, Eva, ha diritto ad esistere solo in quanto costola del primo uomo, Adamo!
Dove in presenza del parto come fatto biologico impossibile da confutare ( a meno che non si  voglia ricorrere a quei parti frutto della fantasia creativa di altre lontane culture, dove Brama partorisce la figlia dalla propria mente - ma questo sarebbe un artificio pericoloso per l'integrità della religione!)  si ricorre alla nascita del Salvatore da una donna vergine, inseminata dallo Spirito, riscattando - solo strumentalmente - l'impurità e peccaminosità del sesso femminile!

L'inferiorizzazione della donna, avviene quotidianamente, sotto gli occhi di tutti, solo che si riesca per un attimo ad essere obbiettivi e sinceri con sé stessi. Nonostante la pretesa raffinatezza e sofisticatezza della cultura moderna, si continuano regolarmente ad usare espressioni offensive per il sesso femminile come normale intercalare nel discorso. Persino le apparenti brave persone, gli uomini più docili e disponibili non riescono a rinunciare a quella superiorità malamente travestita da nauseante bonomia quando si trovano ad interagire con una donna... è perché dopo 4000 anni, il maschilismo fa parte del loro corredo genetico, una componente inseparabile del corpo umano maschile come lo sono i globuli rossi e le piatrine!

Sesso: la donna vaginale e la donna clitoridea.

"Godendo di un piacere come risposta al piacere dell'uomo la donna perde sé stessa come essere autonomo, esalta la complementarità al maschio, trova in lui la sua motivazione di esistenza" [3]
La funzione del piacere nella donna è stato da sempre collegato alla procreazione, ignorando volutamente che mentre il primo esprime una funzione biologica fondamentale dell'individuo (la stessa identica funzione presente nell'uomo) raggiungibile per mezzo di un organo, la clitoride, la seconda ha lo scopo di garantire la continuazione della specie.

Il fatto che queste due circostanze siano separate nel corpo femminile, mentre nell'uomo no, ha finito per imporre una ulteriore colonizzazione della donna; la complementarità è un concetto che riguarda l'uomo e la donna esclusivamente nel momento procreativo e non in quello erotico-sessuale.
Ma ogni violenza trova la sua giustificazione: il piacere clitorideo, nella visione maschilista, esprime una personalità femminile infantile e immatura; in realtà deve il suo discredito al fatto di non essere funzionale al modello genitale maschile.
Nei riti di corteggiamento la clitoride viene investita di una funzione determinante per raggiungere un eccitamento che preluda a un eventuale orgasmo, per essere poi immediatamente trascurata e abbandonata dal partner, il quale dedica la sua attenzione all'altro organo decisamente meno sensibile - la vagina - facendo in modo che la fase orgasmica prenda nella donna una via psicologica piuttosto che erogena.
Ma il condizionamento culturale a godere durante il coito non è uguale in tutte le donne; in alcune funziona mentre in altre - riteniamo la maggioranza - no! L'insoddisfazione femminile nel rapporto sessuale con l'uomo è una realtà sommersa, come il corpo di un iceberg!

Per godere pienamente dell'orgasmo clitorideo la donna deve trovare un'autonomia psichica dall'uomo. Questa autonomia risulta così inconcepibile per la civiltà maschile da essere interpretata come un vero e proprio rifiuto dell'uomo e come presupposto di inclinazione verso l'omosessualità della donna.
Dal punto di vista patriarcale la donna vaginale è considerata quella che manifesta una giusta sessualità, mentre la clitoridea rappresenta la donna immatura e mascolinizzata e, per la psicanalisi freudiana, addirittura  frigida.

La violenza domestica

Eccoci arrivati al punto. Non potevamo farlo se non dopo aver tracciato - anche se molto approssimativamente - il panorama culturale che annida e nutre la violenza domestica nei confronti della donna. Ci siamo tenuti molto vicini alla prospettiva femminista che inquadra e centralizza il patriarcato come radice non solo della violenza domestica, ma come oppressione e ineguaglianza nella società in generale.
Una delle principali giustificazioni della violenza in casa sono certe dottrine culturali e religiose che si prestano, meglio di altri elementi, alla sua attuazione. In India, ad esempio, i diritti alla coniugalità hanno sempre prevalso su quelli dell'individuo (ovviamente la donna) e il concetto del matrimonio è molto di più di una nozione romantica.
Gli indiani si sposano non per amore ma per assicurare un'alleanza riuscita e prosperosa tra le famiglie.
La tradizione dei matrimoni combinati assicura stabilità alle generazioni future! Sono tenuti in considerazione moltissimi criteri per la scelta della sposa: età, altezza fisica, educazione, casta, background familiare, aspetto fisico, colore della pelle (meglio se chiaro) salute, natura religiosa, reputazione, condizione sociale e finanziaria. Una bella ragazza sarà molto più apprezzata se assomiglia alle attrici di pelle chiara dei film di Bollywood che sono l'epitome indiana dell'attrazione. Circa il 95% dei matrimoni in India continua ad essere combinato. [4]

Un maschio che nasce in una famiglia indiana è sempre una benedizione, la nascita di una femmina costituisce un pesante fardello che rasenta la sventura; prima viene maritata meglio è; se viene celebrato oltre i 25 anni è considerato un matrimonio tardo. Incapace di resistere alla pressione della famiglia, la fanciulla si sposa in nome del dovere. 
Tradizionalmente ella non solo prende il cognome del marito, ma in alcune parti dell'India ne adotta anche il nome come middle name. Durante la cerimonia nuziale è facoltà del marito di cambiare il primo nome della sposa a suo piacimento.
Inizia, con la celebrazione del matrimonio, la prima violenza con il sacrificio della personalità femminile!
E così ci si aspetta che la giovane moglie coltivi quanto prima possibile queste virtù:

  • Obbediente, coscienziosa, paziente
  • Umile, casta, pura, leale
  • Adattabile, confortevole, dedita ad allevare con amore
  • Tollerante delle convinzioni e dei comportamenti del marito
  • Contegno docile, conformista, sottomesso ai voleri coniugali
  • Sacrificio delle proprie necessità nello spirito del servizio e della resa
  • Priorizzare l'unità familiare a tutti i costi
  • Mettere in primo piano le necessità dei figli, del marito e della suocera
  • Lavorare duramente senza lamentarsi
  • Trattenere emozioni e sentimenti
  • Organizzare tutti gli aspetti della gestione casalinga
  • Assumersi la responsabilità di difendere la vita familiare e le tradizioni culturali

 Naturalmente qualsiasi infrazione a questi comandamenti determinerà gli attacchi da parte innanzi tutto dei suoceri, consenziente il marito che ne riconosce l'autorità.
Sin dalla tenera età una marcata ineguaglianza sessuale presente tra i componenti della famiglia aggredisce la psiche della fanciulla la quale finirà per accettare questa realtà del privilegio maschile anche nei confronti di un futuro marito, senza opporre la benché minima resistenza ed anzi sottoponendosi doverosamente a quel "nutrito decalogo" che regola i suoi comportamenti. Il maschio dominante nella sua vita è impersonato prima dal padre, poi dal marito e successivamente dal figlio.

 Il grafico sotto mostra le dimensioni di una personalità soggetta alla visione patriarcale della famiglia:

  • L'identità culturale come stereotipo della donna hindu che enfatizza la sottomissione, il sacrificio e l'arrendevolezza. E' l'aspetto prevalente su tutto
  • Identità come parte della famiglia unita nelle intricate relazioni tra marito, suoceri e parenti in generale
  • Identità individuale
  • Identità spirituale generalmente repressa

Come si nota chiaramente, l'aspetto culturale è quello che sostiene la "virtù" di essere una moglie obbediente. E' comune l'espressione: Tuo marito è il tuo Dio; senza di lui non sei nulla". Questo porta ad accettare un ruolo assolutamente subordinato all'interno del matrimonio e a tollerare in silenzio gli abusi che inevitabilmente scaturiscono da questo rapporto gerarchico.
Un altro punto cruciale che rincara la dose della violenza domestica è il cosiddetto concetto dell' Eteronormativa
Saskia Wieringa [5] sostiene che nel tentativo di mantenere la coesione interna dell'eteronormativa in seno alla famiglia, viene esercitata una violenza domestica sia fisicamente che simbolicamente. La sua ricerca sulle vedove, operatrici del sesso e prostitute suggerisce che c'è una enorme violenza implicita nella perpetuazione del mito dell'eteronormativa per creare e preservare "l'armoniosa famiglia asiatica".
L'etronormativa costituisce un sistema di valori soggettivo, ma allo stesso tempo è ritenuto possedere una rilevanza universale. Anche quando interviene violenza psichica e sessuale, l'ideale dell'armoniosa famiglia eterosessuale rimane intatto: le donne interiorizzano la loro vergogna e la colpa, piuttosto che maledire i perpetratori delle violenze riconfermando così il potere della violenza simbolica dell'eteronormativa!
E così le vedove e le lavoratrici del sesso non maledicono il principio dell'eteronormativa per il loro stato di abiezione, ma piuttosto la loro sfortuna!

 La famiglia e la donna emancipata

Questa condizione subordinata e sottomessa della donna asiatica che assume, nel contesto specifico, una connotazione assoluta  è comunque riscontrabile anche nei paesi occidentali cosiddetti progrediti, anche se le tinte sono apparentemente meno  fosche.
La violenza domestica nasce come questione internazionale nei paesi dell'occidente con la seconda ondata femminista degli anno '60. Lo slogan coniato dalle femministe: "il personale è politico"  spinse le donne a parlare delle loro sofferenze e vergogne e rivelò la famiglia come una istituzione capace di coprire e giustificare la violenza; dichiararono cioè che il protettivo santuario della casa è anche il posto più pericoloso per molte donne.
Il femminismo è stato il primo momento politico di critica storica alla famiglia e alla società; il lavoro domestico non retribuito è la prestazione che permette al capitalismo, privato e di stato, di sussistere.
Secondo il pensiero rivoluzionario, quindi, la famiglia è il caposaldo dell'ordine patriarcale: essa è fondata non solo sugli interessi economici, ma sui meccanismi psichici dell'uomo che in ogni epoca ha avuto la donna come oggetto di dominio.
Ma aldilà di quelle che sono le considerazioni dei movimenti rivoluzionari come quello femminista, è oramai palese che la famiglia, come istituzione in occidente, ha perso il suo ruolo di riferimento. Lo dicono non solamente le statistiche che indicano ad es. la percentuale dei divorzi al 60% ed oltre negli U.S.A contro l' 1,5% in India!
In quest'epoca di (apparenti) profonde trasformazioni sociali, le frange più deboli e vulnerabili stanno correndo il rischio di fare un passo avanti e due indietro, fagogitati nuovamente dal ruolo patriarcale e maschilista del mondo. Ci riferiamo in particolare alle "vittorie" che gli omosessuali sono convinti di aver ottenuto con il riconoscimento del matrimonio civile, le liste delle unioni civili ecc. ecc.
Che senso ha tutto questo?
Se istituzioni come la famiglia hanno fatto oramai il loro tempo, dimostrandosi incapaci di una coesione armoniosa tra i suoi componenti e rivelatesi luogo ideale per la violenza domestica, perché si vuole ricorrere nuovamente alla loro istituzionalizzazione per sentirsi in grado di condividere amore, affetto, rispetto al di fuori dell'eteronormativa?
Vediamo in tutto questo un ulteriore piano diabolico della prevaricazione maschilista per ricacciare nella Caverna di Platone quegli spiriti che credono finalmente di essersi affrancati dalle ombre proiettate sulle pareti. 
Possiamo capire (fino a un certo punto) l'entusiasmo  dei diretti interessati alla questione, coloro cioè ai quali non è stato mai possibile vivere quest'esperienza ed ai quali, euforicamente,  si palesa questa (per loro) incredibile possibilità. Guardiamo invece con sospetto quanti, all'interno dell'eteronormativa, starnazzano gaudenti alle vittorie ottenute; o agiscono in mala fede in ossequio al potere patriarcale perché parte in causa, o sono involontari - ma non per questo meno sciocchi - mezzi di prevaricazione.

Per finire, una considerazione a parte merita la cosiddetta "donna emancipata". E', oggi, il falso simbolo di una raggiunta uguaglianza nella parità dei sessi. La donna emancipata è un modello sterile, perché propone l'aggiustamento di una personalità che non ha avuto i suoi scatti al momento giusto. [6]
La donna emancipata, quella a cui finalmente è stato concesso il (falso) privilegio di assurgere alla co-gestione del potere, come quello politico, non è altro che una cerniera tra il sesso femminile vituperato, calpestato, tradito e l'onnipotente potere patriarcale che - nei fatti - non ha nessuna intenzione di allentare la sua stretta. Quindi è pericolosa per sé e per le altre.
"sul piano della gestione del potere, non occorrono delle capacità, ma una particolare forma di alienazione molto efficace. Il porsi della donna [al potere] non implica una partecipazione al potere maschile, ma una messa in questione del concetto stesso di potere. E' per sventare questo possibile attentato della donna che oggi ci viene riconosciuto l'inserimento a titolo di uguaglianza [7]
La donna emancipata dà all'uomo il comfort di regolare la sua emotività su quella di lui, la sua esigenza su quella di lui, e così uccide la sua autenticità nell'illusione di non essere sconfitta.

Nel campo sociale le conquiste non si ottengono un pochino alla volta... piano piano, specialmente quando ci si trova dinnanzi a un muro che ha resistito per 4000 anni e non ha ancora nessuna intenzione di crollare. Si ottengono con una profonda, sconvolgente presa di coscienza che non ammetta mai più patteggiamenti, accordi, trattati, ma che porti l'interlocutore al pianto amaro, ad implorare la riconciliazione. 
"La donna come soggetto non rifiuta l'uomo come soggetto, ma lo rifiuta come ruolo assoluto. Nella vita sociale lo rifiuta come ruolo autoritario" (Manifesto di rivolta Femminile)

E' l'augurio di un uomo - l'autore di questo articolo - che ama la donna, nel rispetto e nel godimento di tutte le espressioni che la vita le ha donato. 

 

Le altre parti dell'articolo:

Prima
Seconda
Terza

 

1.
Manifesto di Rivolta Femminile. Roma Luglio 1970  
2.
Carla Lonzi - Sputiamo su Hegel 
3.
C. Lonzi, ibidem 
4.
Anisha Durve -The Power of break free 
5.
Maznah Mohamad - Family Ambiguity and Violence in Asia: Concept, Law and Process 
6.
C. Lonzi, ib. 
7.
Carla Lonzi, ibidem