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Il pregio che la filosofia e la religione indiana possiedono, agli occhi di molti occidentali ed il fascino che esercitano su coloro che in qualche modo ne sono venuti a contatto deriva, a nostro avviso, dalla immediata e diretta possibilità di accedere al sacro attraverso una semplice spiritualità la quale non necessita, almeno apparentemente, di intermediazioni che il più delle volte sono causa di torpore, di scoraggiamento psicologico e di un incalzante scetticismo.

Il fascino dell'oriente

Sono passati diversi anni da quando molti giovani partivano per l'India alla ricerca di un misticismo basato sul rifiuto di formule spirituali autoritarie.
Un canto, una poesia, un carisma che spesso si estende su milioni di altri uomini, erano sufficienti ad alimentare una spiritualità che attraeva - allora come oggi - masse umane considerevoli e che è quasi completamente sconosciuta all'Occidente.

Eppure, per chi conosca, almeno un po', la complessa, ripetitiva, esasperante ritualità indù, questo semplice o "semplicistico" approccio al divino può essere visto come frutto di una errata interpretazione di ciò che, invece, è stato codificato in migliaia e migliaia di versi raccolti e tramandati dalle scritture.

Ma le storie dei santi sostengono che il bramino, nella lunga sequela di gesti eseguiti, di mantra proferiti, di digiuni ed astinenze prescritte, ottiene la stessa realizzazione spirituale di Ramakrishna, ad esempio, il quale conosceva solo il suo personale metodo di ricerca basato sulla semplice relazione: "la conoscenza del divino è totalmente al di là della portata umana; tuttavia ogni essere umano ed ogni cosa che esiste sono una manifestazione di Dio" e questo gli era sufficiente per fondersi con il riflesso dell'Essere.

Il respiro di Brahma

Un apparente paradosso permette di conciliare queste due vie o, se preferite, la possibilità per la santa ignoranza di poter assurgere alla stessa dignità della sacra conoscenza. Ed il paradosso è: l'esistenza di una Realtà infinita, incontenibile, impensabile, inconoscibile, esprimibile solo attraverso l'espressione apofatica, in una forma di vita limitata quale l'essere umano. Questa presenza è perennemente reale e la sua luce non è offuscata da un probabile peccato originale, ma solo dalla temporanea "distrazione" dell'uomo. 

La condizione incarnata dell'anima, nella filosofia indù, non occupa alcun posto privilegiato: appartiene all'immenso gioco cosmico della Natura obbedendo alle stesse leggi che governano l'universo intero.
Ma la stessa filosofia non ha mai concepito quella opposizione tra spirito e materia quale la immaginarono le dottrine filosofiche greche e le religioni monoteistiche.
Per l'India non esiste che una sola sostanza "vibratoria" dell'Essere: il Brahman, la sola Realtà assoluta.

Le diverse modalità di questa manifestazione, conosciuta come il "respiro" di Brahma, provocano l'esistenza dei differenti piani della cosmogonia: gli dei, i piani degli esseri viventi, i piani infra umani, le forme cosiddette materiali.
Tutti questi fenomeni non sono che la veste esterna, la guaina, l'inviluppo di una realtà che rappresenta l'unico Reale, il Brahman presente in tutte le forme grossolane e sottili della natura, la cui manifestazione si attua in due modi.

 

Prakriti, il brodo primordiale

Prakriti, la "natura naturante" degli Scolastici, si manifesta mediante tre differenti orientamenti, chiamati guna i quali, a loro volta, sono altrettanti Creatori dei diversificati composti dell'universo: 

Sattva, forza di crescita e per tale motivo ascendente. La visione spirituale gli attribuisce un compito di elevazione interiore e di illuminazione.

Rajas, forza di consolidamento e quindi di espansione orizzontale, che ad una visione morale appare come desiderio, attività, passione, piacere e sofferenza.

Tamas, che è l'opposizione della forza precedente, il suo contrasto, il quale nella sfera fisica si esprime come inerzia ed in quella morale come pigrizia, oscurità e torpore della mente e dello spirito.
Nell'istante precedente quello che noi siamo abituati a definire con la parola "Creazione", i tre guna sono ancora in equilibrio.



Il successivo gioco multiplo e vario di queste tre forze influenza tutti i fenomeni, compreso l'essere umano e le sue reazioni mentali, opponendosi o completandosi reciprocamente: è lo sviluppo della "natura naturata", del divenire, della manifestazione cosmica.

Ma esiste, o è esistito, nella realtà dei fatti questo passaggio dalla potenza all'atto o, piuttosto, esso non rappresenta forse una necessità per le categorie della mente e del nostro ragionare, senza le quali ogni tipo di speculazione sarebbe impossibile?

 

L'equivoco della Reincarnazione

Tutta la nostra vita è ordinata in una sequenza logica e cronologica di esperienze successive che possiedono un inizio ed una fine, secondo uno schema temporale, al di fuori del quale esiste l'Infinito: un concetto assolutamente astratto in quanto nessun uomo ha mai potuto sperimentarlo direttamente.

Negli gli strati meno colti della popolazione indiana, ed oramai - perdonateci l'ardire - anche di quella occidentale si è largamente diffusa l'opinione che dopo la morte debba intervenire una immediata reincarnazione, la quale permetta di ripercorrere alcune tappe dell'evoluzione di un individuo. Nella nostra cultura, potremmo paragonarla alla dantesca legge del contrappasso.

Se questo può essere ammissibile, solo al successivo ciclo di manifestazione, sulla base delle affermazioni dei Purana che pongono gli estremi di una durata cosmica tra un Kalpa ed un Pralaya - cioè tra la nascita e la morte di un universo o, per esprimerci allo stile indiano, nell'arco di un respiro di Brahma, - tale intervallo è così vasto che la mente umana non può neanche concepirlo, né la stessa indagine scientifica moderna riesce ancora a stabilirne la durata, in quanto ne conosce solamente uno: quello attuale non ancora concluso.

Come dire che esso è paragonabile a ciò che le religioni giudaico-cristiane chiamano Eternità.
All'interno di una Eternità non ci si reincarna perché, lo ripetiamo, l'uomo nella filosofia indù non occupa alcun posto privilegiato, bensì appartiene all'immenso gioco cosmico della Natura obbedendo alle stesse leggi che governano l'universo intero.

 

Gli stati molteplici dell'Essere

Si può invece, secondo la dottrina, trasmigrare - all'interno di una stessa manifestazione - in quegli indefiniti stati molteplici dell'essere che sono tutti potenzialmente presenti nell'individuo e di cui esso conosce concretamente solo quello di carne ed ossa in quanto. lo sta pensando quando è ancora in carne ed ossa!

Le religioni monoteistiche ne riconoscono solamente due: lo stato angelico e quello infernale, correlando ad essi il premio o il castigo per la condotta della vita umana.
Gli altri, per l'induismo, sono tutti prolungamenti indefiniti di Atma.

Ed eccolo, il secondo termine della nostra equazione: al di qua di Prakriti - il divenire -, il pensiero indù pone Purusha,lo spirito, primo riflesso dell'Essere assoluto - Brahman - nella sua manifestazione. 
Esso è descritto come eternamente libero, inattivo perché non invischiato nelle vicende dell'evoluzione; la sua presenza, come un catalizzatore, determina in Prakriti - brodo primordiale - il gioco dei guna.

Il passaggio dalla potenza all'atto che noi, comunemente, definiamo con il termine Creazione è, quindi, il processo di "fecondazione" di Prakriti da parte di Purusha dalla quale scaturisce la generazione dei guna e, per la loro interazione, di tutte le forme dell'universo.

Purusha e Prakriti, quindi, sono due categorie fondamentali per la struttura del pensiero umano; costituiscono, concettualmente, la prima coppia - spirito e materia - dalla quale nascono le successive categorie della costruzione logica: tempo e spazio.

 

L'errore di prospettiva

Purusha non è nato di per sé, beninteso, ma rappresenta la prima emanazione di Brahman nel gioco della Creazione. Attraverso esso, nell'individuo è presente il riflesso di Brahman: l'Atma.
Non è agente, né sottoposto al processo di individualizzazione attraverso il quale nella mente umana si forma una determinata personalità; è eternamente libero ed infinito e così paradossalmente presente in una forma limitata come l'essere umano. 

E' solamente a causa di un errore di prospettiva che l'in-dividuo [per definizione non diviso] ignora che esiste una sola e medesima sostanza, la quale si differenzia in innumerevoli piani "vibratori" o mondi, ciascuno avente la sua propria forma, le sue proprie attività, le sue creature e le sue leggi.
Delle quali, l'originaria, è di natura metafisica ed infinita.