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In base all’ortodossia vedica, un uomo nasce con alcuni debiti di natura sociale i quali debbono essere saldati conducendo una vita conforme ai tre precetti – il Trivarga – ossia Dharma, Artha e Kama. 

La via del capo famiglia

La tensione tra i due orientamenti fu destinata a divenire acuta in quanto la tradizione vedica considerava la “via del capofamiglia” come il nucleo centrale della cultura, in opposizione alla esaltazione eterodossa dell’ordine ascetico.

In base all’ortodossia vedica, un uomo nasce con alcuni debiti di natura sociale i quali debbono essere saldati conducendo una vita conforme ai tre precetti – il Trivarga – ossia Dharma, Artha e Kama.

L’ordine bramanico, quindi, prescrisse per il Grihasta, il capo famiglia, l’adempimento di obblighi religiosi, sociali ed economici. Questo stadio della vita viene considerato come un mezzo per ottemperare con zelo ai cinque grandi sacrifici.

La loro origine risale al periodo vedico e fu sviluppata in quello della grande epica (Mahabharata).

All’epoca dei rishi questi sacrifici (Yajna) volevano significare, più che altro, devozione, gratitudine, rispetto, ricordo affettuoso, gentilezza e tolleranza verso gli altri, ma autori successivi – come Manu – trasformarono i PanchaMahaYajna [i cinque grandi sacrifici] come mezzo di espiazione dei peccati commessi nella vita quotidiana dal capo famiglia.

“Un capo famiglia ha cinque mattatoi, usando i quali si lega: il focolare, la macina, la scopa, il mortaio e il pestello e la giara dell’acqua. I grandi sapienti idearono i cinque grandi sacrifici che il capo famiglia deve compiere ogni giorno per riscattarsi da tutti questi mattatoi in successione.

Lo studio dei Veda è il sacrificio alla realtà ultima e la libagione ristoratrice è il sacrificio agli antenati; l’offerta nel fuoco è per gli dei, l’offerta propiziatoria di porzioni di cibo è per gli spiriti disincarnati e riverire gli ospiti è il sacrificio per gli uomini.

Tra i Samskara – i sacramenti – quindi, esso è strettamente parlando, un vero e proprio “rito di passaggio” : non può essere bypassato, pena la perdizione di sé stesso e dei suoi antenati

I cinque sacrifici

L’uomo che non trascura questi grandi sacrifici finché è in grado di celebrarli, non è contaminato dalle macchie dei mattatoi, anche mentre vive da capo famiglia. Ma chiunque non sparga alcuna offerta propiziatoria ai cinque – gli dei, gli ospiti, le persone a carico, gli antenati e il sé – respira ma non vive veramente.

Questi cinque sacrifici sono anche noti come il “non offerto nel fuoco”, ”l’offerto nel fuoco”, ”l’offerto spargendo”, “l’offerto ai sacerdoti”, e “il mangiato”.
Il non offerto nel fuoco è la salmodia dei Veda, l’offerto nel fuoco è l’offerta nel fuoco, l’offerto spargendo è l’offerta propiziatoria agli spiriti disincarnati, l’offerto ai sacerdoti è l’accoglienza dei sacerdoti come ospiti e il mangiato è la libagione ristoratrice degli antenati” (Leggi di manu III, 68-74. A cura di Wendy Doniger. Adelphi)

In questo passo del Manavadarmashastra è curioso ritrovare l’eco della non violenza che caratterizza lo stile buddista, oltre ad essere l’imperativo principale della religione jainista. Alla luce delle considerazioni fatte sin qui in merito alla vertenza tra i due orientamenti – bramanico e buddista - circa l’istituzione del capo famiglia, tutto ciò appare quasi paradossale.

Il principale dovere di un uomo è, quindi, quello di costituire una famiglia e di procreare. Colui che nella sua vita continua a filare il cordone della posterità, paga il debito che egli deve agli antenati. La continuità della sua vita nel mondo è assicurata da un figlio. Così, anticamente, le Upanishad, così lo stile di vita attuale dell’indù.

Anche se il matrimonio è estremamente importante sia per l’uomo che per la donna, tuttavia esso agisce al pari di una trasformazione nella vita del maschio; diversamente l’uomo è considerato quasi privo di stato sociale.

Non diversamente, per la donna, il matrimonio conferisce identità sociale allo stesso modo che una iniziazione dell’uomo all’interno della casta. Se esso, nel corso della vita, si scioglie la donna perde addirittura quel titolo che è considerato prezioso e desiderato ardentemente durante la giovinezza: chumankali, “la signora felicemente maritata”.

Le leggi di Manu

“Dopo aver così vissuto nello stadio della vita del capofamiglia, secondo le regole, un diplomato vedico nato due volte [dwija. Il termine si riferisce alle prime tre caste, escludendo gli shudra] deve vivere nella foresta, debitamente controllato e vittorioso sulle facoltà sensoriali. Ma quando un capo famiglia si vede raggrinzito e grigio e vede i figli dei figli, allora deve andare nella foresta.

Rinunciando al cibo coltivato nel villaggio e a ogni possesso, deve andare nella foresta dopo aver affidato la moglie ai figli, oppure insieme a lei. Portando con sé il fuoco sacrificale e gli attrezzi del fuoco per il sacrificio domestico, deve lasciare il villaggio per la foresta e là vivere mantenendo il controllo sulle sue facoltà sensoriali."
[LE LEGGI DI MANU, a cura di Wendy Doniger – Adelphi]

Anche se l’istituzione dei quattro “ashrama” tende a trasformare l’intera esistenza terrena in una scuola preparatoria per l’eternità, il sistema di vita indù, come abbiamo visto, non chiede all’uomo l’impossibile. Non lo strappa brutalmente dall’attaccamento al mondo, che è innato nella natura umana.

Il terzo stadio è, dunque, quello del ritiro nell’isolamento entrando nel quale, occorre tagliare ogni legame con la famiglia, la casa ed il villaggio.

Come sancito dal Manavadharmashastra, l’uomo dovrà condurre una esistenza volta al controllo dei sensi, cercando di “acclimatarsi” alla dura vita della foresta. Gli viene richiesto di continuare a celebrare i cinque grandi sacrifici, come aveva già fatto durante la vita di capo famiglia, ma non dovendo più sottostare agli obblighi che gli imponevano di sostenere il suo nucleo familiare secondo i costumi della società, avrà maggiore possibilità di sviluppare una attitudine compassionevole verso tutte le creature senza alcuna distinzione.

Il Ramayana

Che già sin dall’antichità agli shudra fosse proibito entrare nello stadio del vanaprastha, quello cioè di cui ci stiamo occupando, risulta chiaro anche da un brano del Ramayana (VII. 76,1) dove lo shudra Shambuka – un saggio di casta inferiore - viene punito per aver fatto penitenza nella foresta.

Durante il regno di Sri Rama perirono numerosi fanciulli, i genitori dei quali si presentarono in lacrime dinnanzi al Re.

Su consiglio del saggio Vasishtha, Rama indagò se alcuno si fosse permesso di indulgere in pratiche ascetiche non pertinenti alla sua propria casta; fatto che avrebbe turbato gravemente l’ordine naturale delle cose (Dharma).

Sri Rama sorvolò l’intero paese e durante la sua ricognizione, scoprì il muni Shambuka appeso a testa in giù che inalava del fumo proveniente dal fuoco acceso sotto di lui.

Avendo quindi realizzato che il castigo della morte di tanti fanciulli derivava dal grave peccato di uno shudra che praticava il tapas senza averne titolo, Rama lo uccise immediatamente.

Tale divieto sembra rappresentare una contro misura contro il movimento buddista verso l’ascetismo, ma al tempo stesso un controllo sulla casta degli shudra, onde evitare l’usurpazione di atti religiosi pertinenti esclusivamente alla casta brahmana e minacciati dalle descrizioni dei Purana nell’età del Kali Yuga.

Probabilmente è implicita l'intenzione dei legislatori di scoraggiare un ascetismo di massa, fenomeno che si sarebbe ripercosso sfavorevolmente sulla produzione di beni sociali.

Infatti, in questo stadio della vita, l’uomo deve:

“Offrire i cinque grandi sacrifici con vari tipi di cibo puro degli eremiti, o con verdure, radici e frutti preparati ritualmente.

Deve indossare una pelle animale, o corteccia, o stracci, deve fare il bagno alla sera e al mattino, tenere sempre i capelli in trecce e non tagliare la barba, i peli del corpo e le unghie. Deve dare come offerta propiziatoria e come elemosina un po’ di tutto ciò che ha da mangiare, al meglio delle sue capacità; deve onorare coloro che arrivano al suo eremo con elemosine consistenti in acqua, radici e frutti.

Dedicandosi costantemente alla recitazione privata del Veda, egli deve essere controllato, amichevole e mentalmente raccolto; deve sempre essere uno che dona e non uno che prende, e compassionevole verso tutti gli esseri viventi”.