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L'esasperato ritualismo che regolava e regola tuttora la complessità dei rapporti tra le varie caste indù lascia  disorientato  chi non voglia limitarsi a una superficiale conoscenza di una cultura così largamente propagandata e pubblicizzata dai mezzi di informazione.
Tutto ciò che osserviamo visitando questo paese, gli aspetti tipicamente esotici, quelli che prima di tutto catturano la nostra curiosità, non sono altro che il prodotto finale di centinaia, migliaia di anni,  la cosiddetta punta dell'iceberg, che poggia il sostegno su comportamenti quotidiani, atti rituali, rapporti inter castali stratificatisi in una tradizione che sembra non sottostare alla legge del tempo.

Basti pensare al ben noto comportamento dinnanzi al fenomeno della morte, il quale appare agli occhi di un occidentale come segno di estremo fatalismo e di eccessiva rassegnazione.
Si potrebbe pensare che il basso tenore di vita, che quasi sempre confina con il livello di povertà di un indiano, possa indurre a considerare la morte come una via di salvezza.
Una tale affrettata conclusione  è solo indice di superficialità, quando non di ignoranza, dal momento che l'estremo fatale respiro viene considerato come l'ultimo inevitabile momento di una precedente presa di coscienza che investe sia il diretto interessato che tutto l'ambiente familiare a livello psicologico, morale, sociale.

Antiche strutture come quelle presenti a Varanasi, la kashi Mukti Bhavan e la Kashi Labha Bhavan, ospitano coloro che si sentono in procinto di morire; luoghi dove non non viene istituzionalmente data alcuna assistenza medica, ma solo quella rituale, in un contesto dove si vive l'imminenza della morte con dignità e consapevolezza.


In Occidente ha finito per prevalere l'opposta tendenza perchè la morte, nonostante sia un innegabile fenomeno universale, viene trattata secondo una prospettiva ipotetica, teorica, speculativa, inducendo la famiglia a tenere il moribondo oramai fuori di casa, lontano dall'ambito degli affetti in un contesto così estraneo alla compassione (termine che solo il buddismo ha saputo esprimere nella sua reale accezione) come può essere una clinica o un ospedale, il nuovo regno della morte con le sue frontiere mobili.
Tale concetto di morte asettica,  che in occidente stiamo già da parecchio tempo accarezzando, è solo un piccolo esempio di quelle diversità culturali che rendono inspiegabili certi fenomeni, quando cadono sotto gli occhi di un normale osservatore.

Leggere certi scritti, di cui stiamo proponendo uno stralcio, può far sorridere se non si tiene conto del contesto storico, culturale e religioso nel quale nasce.
Così, ad esempio, il Vecchio Testamento diventa per certi versi quasi aberrante dopo che il cristianesimo e il cattolicesimo suggeriscono un nuovo rapporto tra l'uomo e Dio.
Le religioni hanno sempre dovuto correggere il tiro, non solo in presenza delle mutate condizioni storiche e sociali ma anche in rapporto al continuo svelarsi du una realtà universale, di cui la Natura è solo un aspetto.
Chi può dire se ciò che oggi consideriamo giusta etica morale non verrà considerata, in un prossimo futuro, un ulteriore capitolo della barbarie dell'uomo, simile a quella che attualmente pensiamo del Medioevo?

Dal Garuda Purana, cap. 222

Espiazione

 

  • Se inavvertitamente un bramino assume del cibo sottratto dall'Ucchista di uno Sudra dovrà digiunare un giorno e una notte
  • Chiunque assuma del cibo contenente mosche, vermi, capelli deve immediatamente vomitarlo per purificarsi. Chi prende cibo tenuto nel palmo della mano, o si lecca le dita, o ne mangia dopo che è stato a contatto con le braccia deve purificarsi dopo aver espiato un giorno e una notte. Oppure deve bere acqua versatagli addosso.
    L'acqua bevuta con la mano sinistra o già parzialmente bevuta da altri è come bere alcolici per cui non deve essere bevuta e, se bevuta, si incorre nel peccato che deriva dal bere alcolici.
  • L'acqua tenuta in un contenitore di pelle è impura. Se una persona di casta basasa (Sudra) visita la casa di qualcun altro che non sia di casta bassa senza dichiarare la sua appartenenza, il rito espiatrorio per quast'ultimo è  Chandrayana o Paraka. Quello per uno Sudra è Prajapatya.
  • Il bramino che accetta cibo da un lavandaio, un attore (sic!), un operaio che coglie canne di bambù, un calzolaio deve sottostare all'espiazione detta Chandrayana.
  • Se inavvertitamente beve acqua da un pozzo o da una fontana appartenente a un Chandala egli dovrà sottostare all'espiazione denominata Santapana.
    un Vaishya, invece, dovrà sottostare a metà della pena.
  • Uno Sudra, in tale circostanza, dovrà sottostare a un quarto dell'espiazione.

Abbiamo riportato solamente una brevissima parte delle prescrizioni contenute nel Garuda Purana. E' da sottolineare che il peso delle espiazioni, come risulta evidente, pesa più sulla casta brahmana alla quale è imposto un contegno rituale irreprensibile, mentre questo grava meno sulle spalle della casta infima la quale non è vincolata dagli obblighi della tradizione.