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Sezione III - Murta - Amurta Brahmana

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  Commento

1. Il Brahman possiede due aspetti. Uno  formale,  l'altro senza forma; uno mortale, l'altro immortale; uno limitato, l'altro infinito; uno percettibile, l'altro impercettibile.
 
"Murti" è un termine sanscrito che indica una manifestazione dimensionale e visiva di una divinità. 
L'espressione che più comunemente si conosce è "tri-murti", le tre espressioni formali dell'Assoluto [Brahma, Vishnu, Shiva].
Il termine Murtamurtam [murta - a - murtam] significa, quindi, personale ed impersonale.

Nella realtà dell'esperienza quotidiana noi possiamo avere conoscenza solamente delle cose che cadono sotto il nostro sguardo, che possiedono cioè una forma (murta). 

Nella logica comune, quindi, un ente che racchiuda in sé tutte e due le caratteristiche: murta e amurta, esprime un paradosso, una contraddizione in termini.
Ma il mantra sta trattando della natura di Brahman, di quell'ente che nella metafisica viene indicato anche con la parola "infinito". 

E l'infinito, per poter essere tale, deve contenere in sé tutta la somma delle possibilità e delle contraddizioni e di tutto il sostrato che possa essere anche solamente  concepito dalla mente umana.

E' solamente a causa della  della limitatezza della mente, necessaria all'esperienza normale delle cose, che si colgono le contraddizioni. Se così non fosse, se cioè tutte le forme e le idee non possedessero una diversità l'una dall'altra, limitandosi reciprocamente, ci troveremmo in una assurda omogeneità della realtà che non ci consentirebbe di discriminare e quindi di capire.

Un esempio: la luce del sole non possiede, in sé, una forma. Tuttavia essa appare grande o piccola a seconda della grandezza dell'apertura che la lascia filtrare, illuminando così solo un piccolo angolo della stanza o rischiarando tutto l'ambiente.

Questo mantra, quindi, concilia l'immanenza e la trascendenza del Brahman. Quando noi descriviamo il Brahman sottile, imperituro, infinito, impercettibile, ecc., lo facciamo dal punto di vista empirico, formulando una Tatashta lakshana, cioè una nozione indiretta di cosa il Brahman sia, sulla base delle definizioni che lo indicano come la causa della creazione, preservazione e distruzione dell'Universo.
Quando lo consideriamo dal punto di vista a-cosmico, definendolo "saccidanada" [sat-cit-ananda=esistenza, coscienza, felicità] formuliamo una descizione diretta ed essenziale: Svarupa lakshana.

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2. Qualunque cosa sia differente dall'aria e dall'etere, questa è ciò che possiede una forma grossolana (fuoco, acqua, terra). Questa è mortale, limitata, percettibile; di ciò che ha forma, che è mortale, limitato e percettibile, questo sole è l'essenza, questo [il sole] che risplende, perché esso è l'essenza del percettibile.
 

In questo mantra risuona l'eco della filosofia Samkhya, che descrive l'evoluzione dell'Universo secondo l'emanazione dei cinque elementi sottili: etere, aria, fuoco, acqua, terra seguendo il progressivo grado di "densità".
Le proprietà di ciascun elemento si sommano a quelle dell'elemento successivo e così via, via, formando, infine, le caratteristiche complete della materia:

  • Etere con le proprietà del suono
  • Aria con  suono e tatto
  • Fuoco con suono, tatto e forma
  • Acqua con suono, tatto, forma e gusto
  • Terra con suono, tatto, forma, gusto e odore
L'Autore utilizza i tre elementi che sono facilmente percepibili dall'occhio umano - fuoco, acqua, terra - per esprimere il concetto della limitatezza e della decadenza. Ciò che possiede una forma è mortale; ciò che non è esprimibile formalmente ne rappresenta l'essenza.
Il paragone cade sul sole o, piuttosto, sulla luce solare che sostiene tutte le forme. Il simbolismo ci sembra abbastanza facile da capire.
 

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3. Ora, per quanto riguarda ciò che non ha forma: aria ed etere. Esso è l'immortale, illimitato, impercettibile. Di ciò che è senza forma, illimitato, impercettibile, immortale, questa è l'essenza: quell'Essere che si trova nel disco solare. Questa è l'essenza del trascendente. Ciò per quanto riguarda il mondo divino.
 
Si pone l'accento sulla interdipendenza delle qualità relative all'informale, all'infinitudine ed alla impercettibilità assimilandole a quella dell'immortalità.

Aria ed etere, quindi, proprio perché possiedono queste caratteristiche fisiche simboleggiano l'Essere immortale.
Si noti, in queste righe, l'intenzione a privilegiare, per importanza, tutto ciò che è invisibile, illimitato, informale rispetto a ciò che comunemente cade sotto l'esperienza ordinaria dei sensi. Una tendenza diametralmente opposta a quella del mondo attuale.

L'essenza del trascendente è, simbolicamente parlando, il sole in quanto come già detto nel mantra precedente, la sua luce è la condizione essenziale per l'esperienza delle forme e, quindi, del dominio mortale.

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4. Ora per quanto riguarda l'individuo. La forma grossolana è questo [corpo] che è differente da prana [soffio] e dallo spazio [interiore=etere]. Esso è mortale, finito, percettibile. Di questo [corpo] grossolano, mortale, finito questa è la sua essenza: ciò che è nell'occhio, perché esso è l'essenza del percettibile.
 
Se nell'Universo la forma grossolana del Brahman è la terra, l'acqua ed il fuoco, nel jivatman essa costituisce il corpo materiale. L'occhio umano è, continuando nella metafora, il sole del microcosmo.

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5. Ed ora per quanto riguarda l'informale. Esso è il prana e lo spazio [etere] all'interno del corpo. Questo è immortale, infinito, impercettibile. Di questo ente senza forma, infinito, immortale e impercettibile questa è la sua essenza: il principio che risiede nell'occhio destro, perché esso è l'essenza dell'impercettibile.
 
La sottile forma divina nell'individuo è simbolizzata dagli altri due elementi: aria (il soffio) ed etere, lo spazio interno.
L'essenza risiede nell'occhio destro in quanto si ritiene che, nello stato di veglia, la percezione avvenga inizialmente attraverso di esso e, solo successivamente, mediante gli altri organi.

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6. La forma di questo essere [viene descritta]. Esso è come una tunica color zafferano, come il colore grigio della lana di una pecora, come l'insetto indragopa, come la fiamma del fuoco, come il bianco del loto, come il colore di un lampo improvviso. Da qui la definizione del Brahman "neti, neti". Perché non vi è altra definizione che "neti, neti". Il suo nome è la verità delle verità. Il prana è la verità.
 

 Con questo mantra si conclude la terza sezione sui due aspetti della realtà assoluta: quella relativa al mondo fenomenico [murta] e l'altra, relativa al suo aspetto genuino, non rivestita delle sovrastrutture del linguaggio [amurta].

Per tale motivo l'utima deve ricorrere ad una enunciazione apofatica: neti, neti [non è questo, non è questo].
La prima è dominio comune delle religioni, la seconda dell'indagine metafisica.

Prima di poter realizzare la prima è necessario, però, riconoscere il mondo, così com'è nella sua quotidianità attraverso le esperienze, ossia i "colori" che l'autore cita dalla esperienza di tutti i giorni: una veste color zafferano, il vello di una pecora, il rosso acceso dell'insetto chiamato indragopa, la fiamma del fuoco - forse del fuoco rituale - il candore dei petali del loto, il colore di un lampo improvviso.

Se queste "visioni" saranno mantenute da occhi innocenti è probabile che l'illuminazione avvenga proprio come un "lampo improvviso", facendo cadere tutte quelle sovrastrutture della mente e del linguaggio che coprivano la forma genuina della Realtà.

Allora, pur continuando a riconoscerla nelle cose di tutti i giorni, non sarà più possibile descriverla con il linguaggio ordinario.
Neti, neti... sarà l'unica espressione possibile: non è questo, non è quello.