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Capitolo II - Sezione II - Shishu Brahmana

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 1. Colui che conosce il neonato, la sua dimora, il sostegno, il palo e la corda distrugge i sette parenti rivali. Il Prana nel corpo è questo neonato. Il corpo è la sua dimora, la testa è il sostegno, l'energia il palo ed il cibo è la corda.

 
Due metafore assunte dall'ambito della vita quotidiana aprono questa sezione dedicata alla meditazione su Prana.
Il neonato si riferisce al vitello, che nella sua condizione risiede costantemente all'interno del recinto o assicurato ad un palo mediante la corda: non conosce il mondo al di fuori della sua dimora.
Nel microcosmo la dimora di prana è, appunto, l'organismo umano. 
Non può esperire la realtà esterna, se non attraverso i sensi ed i loro organi di percezione.
Sono proprio essi, in numero di sette [cioè le sette aperture: occhi, orecchie, narici e bocca] che con il fascino delle forme esteriori irretiscono l'animo umano, distraendolo subdolamente dalla ricerca interiore e spirituale.
Così come farebbero degli insospettati parenti che volessero appropriarsi dei beni di un individuo.
Il sostegno di prana, si dice sia la testa. Sostiene la Chandogya upanishad: "Quando un uomo sta per morire, la parola si riassorbe nel manas, questo nel prana, il prana nel fuoco, il fuoco nella suprema divinità".
La corda ed il palo a cui è legato, mantengono il vitello al suo posto, così come prana risiede nell'organismo fintantochè l'energia ed il cibo che la fornisce assicurano la vita.

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2. Sette esseri imperituri sono vicino a lui. Quelle righe rosse che sono nell'occhio: attraverso esse Rudra è a lui [il prana] unito. Mediante il liquido che è nell'occhio, parjanya è a lui unito. Allo stesso modo mediante la pupilla, il sole; mediante il nero dell'iride , Agni; mediante il bianco della cornea, Indra. La terra è unita ad esso mediante la palpebra inferiore ed il cielo mediante quella superiore. Colui che così conosce non mancherà di nutrimento.

 

 La sede speciale di Prana, durante lo stato di veglia [Vaishvanara] è l'occhio, perché tramite la vista l'essere si confronta con la realtà esteriore.

Nell'occhio risiedono i sette nomi segreti di prana: rudra, parjanya, aditya, agni, indra, prithivi, dyau.
Quelle sette parti dell'occhio che ne rappresentano la sua costituzione e riuniscono in sé il fattore della vista sono quindi assimilati alle sette potenze che prevengono il decadimento della condizione ordinaria dello stato di veglia [Vaishvanara].

L'importanza di Rudra risiede nel fatto che la tarda mitologia ha finito per assimilarla a quella di Shiva, figura di rilievo nel pantheon indù, incarnandone spesso il suo carattere distruttivo. 
Più anticamente Rudra rappresentava, infatti, l'azione selvaggia e distruttiva della natura.
In questa Upanishad i Rudra (plur.) sono i dieci soffi vitali (prana), alcune volte considerati in numero di tre, sette o undici.

Parjanya è il signore della pioggia. Elargisce agli uomini la buona salute. 
Nell'Atharva Veda viene implorato perché invii agli uomini le piogge abbondanti: "Possano le brumose regioni sorvolare insieme e le nuvole foriere di pioggia, spinte dal vento, raggrupparsi. Possano veloci ruscelli fluire dalle tuonanti nubi nel cielo, allietando la terra". [AV, libro IV, inno XV, mantra1]

Aditya sono i figli di Aditi che è chiamata anche Devamatri - la madre degli dei. 
Nelle scritture vediche gli Aditya sono sei, o più frequentemente sette. In realtà otto figli nacquero da Aditi, ma ella si presentò agli dei con sette, avendone cacciato via l'ottavo, Martanda - il sole.
Successivamente il numero crebbe a dodici, rappresentando gli aspetti del sole nei dodici mesi dell'anno.Aditya ha finito, così, per essere uno dei nomi del sole.
Il sole è chiamato anche Surya o Vivasvat, il capo degli dei.
Le dodici dinastie solari o personificazioni del sole sotto i diversi nomi e segni dello zodiaco sono chiamate Aditya. Esse appartengono ad un periodo anteriore ai Veda.

Nel contesto di questa Upanishad si capisce facilmente l'assimilazione del sole alla pupilla dell'occhio: tutti e due sono la porta che dischiude le forme visibili.

Agni. Non ripeteremo qui le considerazione già fatte abbondantemente negli altri mantra di questa Upanishad.
Solamente una, di notevole rilievo per il presente commento: i nomi e gli epiteti di Agni sono molteplici - Vahni, Anala, Pavaka, Vaishvanara !

Indra è la personificazione dell'atmosfera e come tale governa sul tempo metereologico e dispensa la pioggia, causa di fertilità. 
Nel RigVeda la principale caratteristica di Indra è la potenza e il vigore. 
Quando Vaishvanara - il sé nello stato di veglia - identifica sé stesso nella fruizione degli oggetti esteriori, è conosciuto con il nome di indra.

Prithivi è la terra personificata come divinità. In questo caso rappresenta uno dei due elementi che rappresentano il mondo fisico, l'altro essendo dyau, il cielo.

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3. Vi sono dei versi che si riferiscono a questo soggetto: "C'è un vaso con la bocca rivolta in basso ed il fondo in alto. In esso è contenuta la conoscenza universale. Sul bordo sono seduti i sette rishi. La parola è l'ottavo che è associato ai Veda."
Il vaso con la bocca rivolta in basso ed il fondo in alto è la testa. In essa è riposta tutta la conoscenza, perché gli organi dei sensi - che sono i saggi - sono lì.
Così il mantra si riferisce agli organi dei sensi.
Sette saggi seduti sul bordo si riferiscono alle sette divinità [potenze] degli organi nella testa.
La facoltà della parola è l'ottavo ed è associato ai veda, perché essa viene dopo gli altri per pronunciare i veda.
 
Il mantra riproduce un verso dell'Atharva Veda dove i sette orifizi che sono nel capo - già descritti nel precedente mantra - sono assimilati ai saptarishi, i sette saggi: Gotama, Bharadvaja, Vishvamitra, Jamadagni, Vasishtha, Kashyapa e Atri. 

Questi organi esperiscono tutta la conoscenza che può essere sintetizzata attraverso la parola - l'ottavo - e, ancor meglio, dalla parola sacra: i Veda.

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4. Le due orecchie sono Gotama e Bharadvaja. Il destro è, in verità, Gotama ed il sinistro Bharadvaja.
Gli occhi sono Vishvamitra e Jamadagni. Il destro è Vishvamitra ed il sinistro Jamadagni.
Le due narici sono Vasishtha e Kashyapa. La destra è Vashistha e la sinistra Kashyapa.
La bocca è Atri perché è attraverso la bocca che esso viene consumato. Così Atti è ciò che viene conosciuto come Atri. Colui che così realizza diviene l'assimilatore di tutto ed ogni cosa rappresenta cibo.

 

 Il mantra va ancora oltre l'analogia, realizzando una sorta di identità (simbolica, naturalmente) tra ciascuno dei sette saggi e gli organi di senso.

Un cenno sui personaggi:
Gotama, un rishi vedico a cui viene attribuita la composizione di alcuni brani del RigVeda.

Bharadvaja, anche ad esso sono attribuiti alcuni inni vedici. Il Taittiriya Brahmana sostiene che visse tre vite - intendendo probabilmente una durata molto lunga - che divenne immortale ed ascese al mondo celeste unendosi al sole. Il Mahabharata sostiene che questo rishi visse ad Haridwar, mentre il Ramayana sostiene che ricevette Rama e Sita nella città di Prayaga che fu così celebrata nei secoli.

Vishvamitra. Secondo il Ramayana fu, in base alla casta di provenienza, originariamente uno kshatrya. Successivamente praticò molte austerità sulle montagne himalayane divenendo così un brahmano. La sua storia si collega a quella di:

Jamadagni. Sua madre, Satyavati, era figlia del re Gadhi, uno kshatrya. Durante il periodo di gestazione di Satyavati suo marito, Ricika, allestì un banchetto allo scopo di garantire che il nascituro possedesse le qualità di un brahmano. Un altro banchetto allestì per la madre di Satyavati, al fine di garantire le qualità del guerriero (kshatrya) al futuro figlio del re. La donna scambiò i banchetti e così Jamadagni nacque con le predisposizioni di uno kshatrya e Vishvamitra con quelle di un prete.

Vasishtha. Sembra ci fosse una speciale rivalità tra esso ed il saggio Vishvamitra che trasformò il suo rango da quello guerriero a quello brahmano.
Vasishta possedeva la "vacca dell'abbondanza" chiamata Nandini che aveva il potere di garantirgli tutte le cose (vastu) che desiderava.
L'inimicizia tra Vasishtha e Vishvamitra è messa in risalto nel Ramayana. Vishvamitra governò come re per molte migliaia di anni ma desiderava ardentemente la vacca dell'abbondanza che aveva visto nella dimora del suo rivale e che eveva tentato di impossessarsi con la forza.

Una grande battaglia seguì tra gli ospiti del re Vishvamitra ed i guerrieri generati dalla vacca dell'abbondanza per difendere il loro signore.
Centinaia di figli di Vishvamitra furono ridotti in cenere da un soffio della bocca di Vasishtha. Il rivale, sconfitto, abdicò e si ritirò sull'Himalaya.

I due si incontrarono nuovamente, scontrandosi in un combattimento singolo. Vishvamitra nuovamente sconfitto dal potere brahmanico, decise di praticare austerità per acquisire le doti di brahmano in modo da eguagliare il suo rivale.
Condusse a termine il suo scopo diventando un brahmano, ma al tempo stesso procurando rancore nel suo rivale, Vasistha, per questo novello potere.

I cento figli di Vasishtha denunciarono Vishvamitra accusandolo di comportarsi come un brahmano sebbene fosse uno kshatrya.
Questo fece infuriare Vishvamitra che maledì i figli del suo rivale riducendoli in cenere e condannandoli a rinascere come fuori casta per settecento rinascite.

Finalmente Vasishtha, convinto dagli dei, si riconciliò al suo rivale. Gli riconobbe il diritto a tutte le prerogative di un rishi brahmano e, a sua volta, Vishvamitra, onorò il suo ex rivale.
Queste dispute leggendarie si rifletterono, successivamente, sulle guerre fra i sovrani discendenti per il possesso della "Vacca dell'abbondanza", per la conquista, cioè, del Madhyadesha, il cuore dell'India settentrionale. Guerre che continuarono fino ad una relativa stabilità assicurata da vincoli matrimoniali tra le due famiglie e da alleanze politiche.

Kashyapa. Secondo il Mahabharata egli ebbe come mogli le tredici figlie di Daksha (simboleggianti i tredici mesi lunari) e fra queste Adity con la quale generò i dodici Aditya, simboleggianti i dodici mesi dell'anno solare.

Atri, letteralmente colui che mangia. Nel periodo epico è considerato uno dei dieci Prajapati o signori della crazione.
L'accostamento con il verbo "atti", mangiare spiega l'assimilazione descritta nel presente mantra.