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1. La discendenza di Prajapati fu, in realtà, duplice: dei e demoni. Gli dei erano inferiori di numero e i demoni superiori; essi rivaleggiavano gli uni con gli altri. perciò gli dei disssero: "sorpassiamo i demoni nel sacrificio mediante l' udgitha. 
 
Dal primo momento della creazione, la vita appare sotto la prospettiva della dualità, dove la diversificazione tra soggetto ed oggetto rende possibile l'unico modo di esistenza che l'uomo può concepire. Con la dualità si prospettano le coppie degli opposti, quindi la discriminazione ed il libero arbitrio.

La doppia discendenza cui si fa riferimento è immediatamente riconducibile al bene ed al male ma anche, e non secondariamente, ai mezzi di cui l'individuo può disporre per confrontarsi con la realtà delle cose: gli organi di senso. In una cultura dove gli atti rivolti verso la sacralità rivestono una importanza primaria rispetto a tutto ciò che si riferisce al'attività profana, saranno considerate "buone" (gli dei) le inclinazioni verso la religiosità, il sacrificio ecc, mentre "cattive" (i demoni) tutte le altre. E siccome l'uomo, per sua natura, è maggiormente incline alla esteriorizzazione dei sensi (le attività profane) i demoni sono, naturalmente, più numerosi rispetto agli dei.

Nella mitologia indiana, questa rivalità tra dei e demoni viene chiamata devasura sangram. Può succedere, in alcune epoche, che gli dei vengano sopraffatti ed allora interviene quel principio chiamato Vishnu il quale attraverso le sue manifestazioni (Avatara) riconduce il mondo verso la rettitudine originaria. 

Il sacrificio e l'udgitha sono il mezzo, per eccellenza, attraverso il quale è possibile combattere il male, ossia la bassa natura dell'individuo. Qui l'udgitha sta, più che altro, per meditazione.

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2. Gli dei chiesero all'organo della parola: "Canta l'udgitha per noi". "Così sia", disse la parola, cantando. Qualunque piacere vi sia nella parola, essa la riservò agli dei, cantando e qualunque buona parola vi sia qui, la tenne per sé. I demoni riconobbero che sarebbero stati sopraffatti mediante il canto dell'udgitha. Realizzato ciò, le si scagliarono contro, colpendola con il male. Questo è in realtà il male, che parla con la parola ingiusta. Questo è, in realtà, il male.
  
Qualunque commento a questo mantra ci risulterebbe superfluo, tranne che per questa precisazione: la parola, in questo contesto, è la parola sacra; quella, cioè, che recita i canti dei Veda.

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3. Quindi gli dei chiesero al naso: "Canta l'udgitha per noi". "Così sia", disse il naso cantando. Qualunque piacere vi sia nel naso, esso lo riservò agli dei, cantando e qualunque buon odore sia qua, lo tenne per sé. I demoni riconobbero che sarebbero stati sopraffatti mediante il canto dell'udgitha. Realizzato ciò, gli si scagliarono contro, colpendolo con il male. Questo è in realtà il male, che fiuta ciò che è sbagliato, Questo è, in realtà, il male.
 
Naturalmente, il naso non canta, né potrebbe considerarsi peccato fiutare un cattivo odore. Ciò che si intende stabilire in questo e nei mantra successivi, è che l'attitudine rivolta verso la sacralità va assunta con tutto il proprio essere, nella profondià dell'animo e non solamente con un atto formale (recitare i Veda con la parola). Anche gli odori si distinguono in buoni e cattivi e fanno parte della comune esperienza; ma non si usa dire, spesso,che "il tale è in odore di santità" ?

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4. Allora gli dei dissero all'occhio: "Canta per noi". "Così sia" disse l'occhio e cantò l'udgita per essi. Qualunque piacere sia nell'occhio, esso lo assicurò agli dei, cantando e qualsiasi bene produca la vista lo lasciò per sé. I demoni realizzarono che così sarebbero stati sopraffatti mediante il canto dell'udgita. Così pensando, assalirono l'occhio con il male. Questo è, in realtà il male, che guarda ciò che è sbagliato.Questo è, in verità, il male.
  
L'occhio prosegue la parte di sacrificio iniziato dagli altri organi di senso.Valgono le stesse osservazioni fatte nel mantra precedente.

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5. Quindi gli dei dissero all'orecchio: "Canta l'udgita per noi". "Così sia" disse l'orecchio, cantando. Qualunque delizia sia nell'orecchio, esso lo assicurò agli dei, cantando e qualunque cosa buona vi sia nell'ascolto, lo tenne per sé. I demoni realizzarono che così sarebbero stati sopraffatti mediante il canto dell'udgita. Pensando ciò, assalirono l'orecchio con il male. Questo è, in realtà, il male che ascolta ciò che è sbagliato. Questo è, in verità, il male.
    

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6. Quindi gli dei dissero alla mente: "Canta l'udgita per noi". "Così sia" disse la mente e cantò l'udgita per essi. Qualunque piacere sia nella mente, essa lo assicurò agli dei, cantando e qualunque cosa buona vi sia nel pensiero, la tenne per sé. I demoni realizzarono che così sarebbero stati sopraffatti attraverso il canto dell'udgita. Pensando ciò assalirono la mente con il male. Questo è, in realtà, il peccato che pensa ciò che è sbagliato. Questo è, in verità, il peccato. Così essi infettarono gli altri dei (della pelle, ecc.) con il peccato.
  
Alla mente è riservato lo stesso trattamento, nel momento in cui viene contaminata dal pensiero non retto. C'è da osservare che nella concezione indiana, la mente è un organo di senso (interno) al pari degli altri cinque.

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7. Quindi gli dei chiesero alla forza vitale che risiede nella bocca: "Canta l'udgita per noi". "Così sia". E avendo ciò detto, la forza vitale cantò l'udgita per essi. I demoni realizzarono che così sarebbero stati sopraffati mediante il canto dell'udgita. Pensando ciò, assalirono la forza vitale, desiderando colpirla con il male. Così come una zolla di terra, scagliata contro una roccia, viene sgretolata, frantumati e scagliati via in tutte le direzioni, i demoni perirono. Quindi furono gli dei che divennero, mentre i demoni perirono. Colui che così conosce, recupera il suo vero sé ed il suo invidioso parente viene sconfitto.
  
Per comprendere appieno l'indefettibilità di Prana, occorre conoscere il valore che questo concetto riveste in tutta la speculazione filosofica indiana. Prana è, comunemente, la forza vitale, l'essenza delle cose, la vita o ciò che sostiene la vita. Ma, ancor di più, Prana viene associato allo stesso Principio divino. Esso è immanemte in tutto ciò che vive e, quindi, anche negli organi di senso, ma al tempo stesso trascendente rispetto alle vicende della vita stessa. La parola può esprimersi bene o male, così come la mente può rivolgersi verso pensieri retti o malvagi; Prana è fuori dell'esperienza dei sensi. Non appena i demoni vengono sconfitti, gli dei vengono immediatamente restaurati nel loro rango originario.

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8. Gli dei chiesero: "Dov'era colui che così si è unito a noi?" "Egli è nella bocca". E' chiamato ayasya angirasa in quanto è l'essenza delle membra.
  
L'essenza - delle membra - nella bocca. Prana è, in realtà, in ogni parte essendo il sostegno della vita. Spesso gli si attribuiscono sedi particolari, in rapporto allo specifico contesto. Si consideri la bocca cone luogo privilegiato, non tanto perché viene assimilato anche con il cibo, quanto per l'importanza che la parola (vak) ha in questa cultura (naturalmente la parola sacra, cioè le Scritture).

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9. Questa divinità è conosciuta con il nome dur in quanto la morte resta distante da esso. Colui che così conosce, certamente ha distante la morte.
  
La morte è, naturalmente, intesa come attaccamento all'esperienza sensoriale che priva del senso spirituale della vita. E' la condizione appartenente ai "demoni", cioè ai sensi in quanto totalmente distratti dalla realizzazione spirituale.

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10. Questa divinità, in realtà, rimosse il male da quegli dei che erano morti portandolo là, al confine di queste regioni. Qui egli depositò i loro peccati. Non bisogna andare presso quella persona o quelle regioni, per paura che si venga impregnati del peccato, che è morte.
  
Il confine delle regioni non è, naturalmente, territoriale bensì morale. Non bisogna tornare in quei luoghi, una volta che ci si è purificati dal male grazie alla disidentificazione con gli oggetti dei sensi. Non bisogna neanche associarsi a quegli individui che sono affetti dal male.[nota_23]

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11. Questa divinità, dopo aver rimosso la morte, li condusse al di là della morte.
  
Non è sufficiente rimuovere il male; occorre anche trascenderlo. L'uomo, per sua natura, è costantemente soggetto alla realtà sensoriale e questa rappresenta una potenziale minaccia alla condizione spirituale. La pura attitudine della mente e degli altri organi conduce al di là della morte.

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12. In realtà Prana condusse prima di tutto l'organo della parola oltre la morte. Quando la parola ne fu liberata, divenne fuoco; questo fuoco, trascendendo la morte, risplende al di là di essa.
  
La parola è il più potente mezzo di espressione e l'organo della parola è quello che può cantare l'udgita. Libera dalla morte essa diventa fuoco, in quanto ha il potere di purificare ed anche perché il retto parlare brucia il male. Il fuoco è la potenza che presiede la parola.

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13. Quindi Prana condusse il naso oltre la morte. Quando esso fu liberato dalla morte divenne aria. L'aria, trascendendo la morte, fluttuò al di là di essa.
  
Si tratta della purificazione del senso dell'olfatto e l'aria è la forma di potenza (o, altrimenti, divinità) che soprassiede ad esso.

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14. Prana condusse l'occhio oltre la morte. Quando esso fu liberato dalla morte, divenne il sole. Questo sole, trascendendo la morte, effulge al di là di essa.
  
La luminosità che è nell'occhio e che consente la vista delle forme esterne è la sua potenza; la divinità è il sole.

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15. Prana condusse l'orecchio oltre la morte. Quando esso fu liberato dalla morte, divenne queste direzioni. Esse, trascendendo la morte, restarono al di là di essa.
  
L'orecchio è capace di percepire i suoni provenienti da tutte le direzioni dello spazio. Esse sono le divinità che presiedono il senso dell'udito.

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16. Quindi esso condusse la mente. Quando la mente divenne libera dalla morte, diventò la luna. Essa, trascendendo la morte, splende al di là di essa. Colui che conosce ciò, questa divinità lo conduce al di là della morte.
  
Da notare che tale similitudine della mente (manas) con la luna (soma) ricorre abbastanza frequentemente in tutta la speculazione filosofica indiana. Lo spirito è assimilato generalmente al sole, mentre la mente a quell'elemento che non brilla di luce propria come il sole, ma la riflette. In realtà la mente è riflessiva.

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17. Quindi la forza vitale assicurò per sé il cibo, cantando (l'udgita) perchè qualunque cibo venga consumato, è consumato proprio da esso ed esso rimane nel cibo.
  
Prana è l'essenza della vita, quindi è contenuto anche nel cibo che si consuma. Dal momento che tale cibo nutre gli organi, esso rimane nel corpo (che a sua volta è cibo). Ma non ci si faccia distrarre troppo da questa interpretazione, diciamo così, fisiologica. Ci stiamo muovendo nel campo della speculazione filosofica dove la metafora ed il simbolismo sono le uniche chiavi di interpretazione di questi testi.. Cibo non è solo ciò che si mangia, ma anche e soprattutto le idee che la nostra mente assimila. Cibo sono i nostri quotidiani rapporti con il mondo, i comportamenti, le inclinazioni... Lo spirito, quindi, si nutre cantando l'udgita (il canto sacro)

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18. Allora gli dei dissero a Prana: "Qualunque cibo vi sia, è tutto qui e tu lo hai riservato per te, cantando". Prana rispose: "Sedete attorno a me". Gli dei dissero: "E sia" e sederono attorno ad esso. Così qualunque cibo venga consumato attraverso esso, da esso questi dei sono soddisfatti. Colui che così conosce, in verità, i suoi parenti siedono attorno a lui; egli diviene il sostegno dei suoi parenti, il migliore tra essi. Chiunque tra essi voglia rivaleggiare con questo conoscitore, certamente diviene incapace di sostenere i suoi subalterni. Ma chiunque lo segua, certamente ne sarà capace.
  
In questo mantra si ribadisce la priorità del principio spirituale nella scala gerarchica dei valori della vita. L'autorità di un uomo (e quindi il senso di rispetto che suscita nei suoi simili) non deriva dal prestigio materiale conseguente alle ricchezze, alle alterne vicende, agli intrallazzi ecc., ma dal suo conformarsi al dharma universale, in una visione sacra della vita. Nella misura in cui egli rispetta questi valori universali, così sarà rispettato dagli altri.

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19. Esso è conosciuto come ayasya angirasa in quanto è l'essenza delle membra. In realtà Prana è l'essenza delle membra. Perciò da qualsiasi membro esso si allontani, immediatamente questo si prosciuga perché, in verità, esso è l'essenza delle membra.
   Si ribadisce il concetto espresso nei mantra precedenti.

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20. Questo prana è, esso stesso, Brihaspati. La parola è, in realtà, brihaspati. Questo Prana è il Signore. Perciò esso è chiamato Brihaspati.
  
Brihaspati, nella cultura vedica, rappresenta il principio di tutte le forme di conoscenza e, di conseguenza, delRig, Yajur, Sama veda. E' il principio dell'espressione. La parola stessa è espressione in quanto essa è inclusa in uno dei metri vedici [brihati]. La superiorità della parola, rispetto a tutti gli altri organi, deriva dal fatto che attraverso essa è possible esprimere i versi sacri. Quindi, Prana è il principio vitale, l'essenza della vita e di ogni forma di espressione.

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21. Questo prana è, esso stesso, Brahmanaspati. La parola è, in realtà, brahmanah. Questo Prana è il Signore. Perciò esso è chiamato Brahmanaspati.
  
Continua l'esposizione del fondamento etimologico degli attributi di Prana: Brahmana + Pati = Signore dei brahmani. Brahman è ache conosciuto come yajus, forma discorsiva che rappresenta l'ossatura dello yajurveda. Pertanto, come principio di espressione, Prana è Brahmanaspati.

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22. Questo prana è, esso stesso, Sama. In verità sa è la parola, ama è prana. Sa ed ama; questa è la ragione per la quale questo essere è chiamato Sama. Oppure, questa forza vitale è simile ad una formica bianca, simile ad un moscerino, simile ad un elefante, simile a questi tre mondi  simile all'Universo; perciò esso è sama. Colui che così conosce questo sama, ottiene l'intima unone con il Sama e risiede nel mondo del sama.
  
Ci si riferisce, ora, alla terza scrittura dei Veda: Samaveda. Ed interviene il consueto gioco etimologico il quale risulta fondamentale alla comprensione del mantra. Sa è la parola, ama è la forza vitale: Sama è, quindi, la forza vitale che risiede nella parola; senza di essa nessun inno (Samaveda) può essere cantato.

 

Il termine sama indica anche uniformità, omogeneità ecc. La forza vitale, in sé, non ha forma definita ed è identica sia nella formica che nell'elefante; sia nel moscerino che nell'universo intero.

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23. Ancora, questa forza vitale è udgitha, Essa è ud, in quanto sostiene tutto ciò; la parola è githa. Perciò questa forza vitale è conosciuta cone udgitha.
  
Il termine è formato da ud (che indica sostenere, tenere in alto) e githa (parola, discorso). Perciò questa forza vitale è la parola che sostiene.

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24. In merito a ciò esiste una storia secondo la quale Brahmadatta che era il pronipote di Chikitana bevendo il succo del soma, disse: "Che questo soma mi faccia esplodere la testa se io sostengo che ayasya angirasa cantò l'udgita mediante qualsiasi altro mezzo che non questa forza vitale e questa parola. Perché egli cantò l'udgita solo mediante la parola (vak) e questa forza vitale (prana).
  
L'udgita viene cantato solo mediante la parola (mezzo di espressione) e la forza vitale (il principio divino). E' pertanto espressione diretta della sacralità eterna e non ha bosogno di essere corroborata da altri elementi quali, ad es., la discorsività razionale dell'uomo, i sentimenti ecc.

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25. Colui che così conosce la ricchezza del saman, per lui in realtà è la ricchezza. La giusta intonazione è, in verità, ricchezza. Perciò un individuo volendo officiare come brahmino deve desiderare di aver la giusta intonazione. Attraverso la voce, arricchita del giusto tono, egli potrà ottemperare ai suoi doveri di brahmino. Perché, nel sacrificio, la gente desidera fortemente colui che officia il rito con il giusto tono. Ricco è colui che conosce la ricchezza del saman.
  
E' ribadita la necessità della giusta intonazione nella recita dei versi sacri. I mantra recitati ed i gesti eseguiti (mudra) debbono essere ben calcolati per ottenerne i risultati. La giusta recitazione del canto e la corretta gestualità, fatta esattamente come prescritto dal testo Brahmana senza la benché minima deviazione, sono di grande importanza nel sacrificio.

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26. Colui che conosce la giusta intonazione e la corretta articolazione del Saman possiede, in realtà, oro.
  
L'enfasi cade sulla correta pronuncia. La giusta intonazione e la corretta pronuncia rappresentano una vera ricchezza per colui che officia il rito. E' il tono che deriva da un certo senso di ditacco dall'apprensione dei sensi. Si ricordi, a tal proposito, quanto affermato nel mantra 24: l'udgitha viene cantato solo mediante la parola e la forza vitale.

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27. Colui che conosce il sostegno di questo saman è, a sua volta, sostenuto. La parola è, in realtà, il suo sostegno; perché solo esistendo nella parola questo prana può cantare. Altri sostengono: "esso canta solo mediante il cibo".
  
La parola rappresenta il potere dell'auto espressione. Risiedendo in essa, prana si esprime nella parola come conoscenza (sacra). Altri sostengono che la conoscenza derivi, invece, dall'esperienza del corpo (il cibo) e quindi dei sensi. Ma abbiamo visto come i sensi (udito, olfatto ecc.) possano essre attaccati dal male e perdere il loro potere (la caduta delle divinità). Solo Prana è inattaccabile, perché rappresenta il principio divino.

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28. Ora, l'edificante recita degli inni del pavamana. Il prastota canta, in verità, questo saman. E nel momento in cui inizia a cantare, può intonare questi mantra: "Dal non essere conducimi all'essere [a-sato ma sad gamaya];
dalla tenebra conducimi alla luce [tamaso ma jotyr gamaya]; 
dalla morte conducimi all'immortalità [mrityor ma amritam gamaya]". 

Quando l'inno dice: "dal non essere conducimi all'essere", il non essere è in verità la morte; l'essere è l'immortalità. Conducimi dalla morte all'immortalità; rendimi immortale. Questo in realtà esso afferma.

 

Quando l'inno dice:"dalla tenebra conducimi alla luce", le tenebre sono in realtà la morte e la luce l'immortalità. Dalla morte conducimi all'immortalità; rendimi immortale. Questo in realtà esso afferma.

Quando l'inno dice:"dalla morte conducimi all'immortalità", non vi è più nulla di nascosto nel significato: tutto è chiaro.

Ora gli altri inni che restano da cantare. Cantandoli può ottenere l'alimento. Allorché li canta, deve porvi l'intenzione di ottenerli. Perché il cantore che così conosca, può ottenere qualunque cosa per sé e per il sacrificante. Questa, in realtà, è la conquista del mondo. Colui che così conosce questo sama, non può temere che questo mondo non sia per sé.

  
Gli specialisti delle tre (e successivamente, quattro) raccolte di inni vedici [Rig, Yajur, Sama e Atharva] i quali svolgono la funzione di preti officianti sono denominati Ritvik, così chiamati perché propiziano cerimonialmente gli dei [ritau yajati iti] e sono esperti nel preparare il fuoco sacro e nella conduzione delle altre forme del sacrificio. Sono scelti dalla persona che sponsorizza il sacrificio stesso (il sacrificante) chiamato yajamana. Sono pagati in denaro o con doni (dakshina) alla fine del rito. Essi sono considerati, solo in tal senso, come assunti dal sacrificante
Agiscono indipendentemente, sebbene ciascuno di essi segua una sua propria tradizione, cooperando con gli altri in modo tale che il rito prosegua nel modo prescritto. Nel RigVeda (2, 5, 4) la conduzione del sacrificio viene paragonata allo sviluppo di un albero, i cui rami appaiono uno dopo l'altro, secondo il naturale sviluppo della pianta.

 

Un sacrificio prevede quattro classi di Ritvik:

Hotri, che invoca gli dei durante il canto e canta gli inni del RigVeda, quando richiesto dal prete-capo [adhvaryu].

Udgatri, il quale innalza la sua voce durante gli inni del SamaVeda solamente nella parte del rito in cui gli dei debbono essere invitati.

Advaryu, il capo che rappresenta il diretto responsabile della conduzione del sacrificio. E' il prete che effettivamente offre le oblazioni sul fuoco. Il suo libro specifico è lo YajurVeda, diretto esclusivamente al sacrificio.

Brahma, il maestro del cerimoniale. Deve essere ben versato nei tre Veda e verificare che tutti gli inni siano cantati e recitati appropriatamente. E' uno specialista dell'AtharvaVeda.

I sacrifici [yajna] sono di svariati tipi e dipendono da molteplici elementi, quali il proposito per il quale vengono eseguiti, la complessità del rituale, il numero dei preti che officiano, la casta e lo stato dello yajamana (il sacrificante), la durata, il tipo dell'oblazione offerta, le divinità che sono invocate e propiziate.

L'asvamedha durava solamente tre giorni, ma richiedeva una elaborata preparazione che durava un anno intero. Il sacrificante aspirava a divenire un sovrano incontrastato in tutto il regno. Il cavallo simbolizzava il potere ed il valore del sacrificante.

Nel rito al quale si riferisce il mantra che stiamo commentando [jyotistoma] l'udgatri canta dodici inni, dei quali il risultato dei primi tre [pavamana] va a beneficio del sacrificante e gli altri nove a quello del prete. Gli inni pavamana sono formule purificatrici. Il buio rappresenta la condizione di morte (nella misura in cui la luce è conoscenza). Le ombre della nescienza ostruiscono la visione dell'immortalità. Il prete, dopo aver cantato i tre pavamana, intona gli altri nove ed ottiene cibo per sé stesso. A causa della sua identificazione con la forza vitale (Prana) egli può ottenere l'oggetto dei suoi desideri.

Fine della terza sezione