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Il confronto tra differenti culture, favorito da un turismo di massa sempre più in espansione, sta producendo un fenomeno di globalizzazione che tende ad appiattire le diversità culturali - a volte sostanziali - con le quali un popolo normalmente si caratterizza rispetto ad un altro.
L'immigrazione - altro fenomeno tipico della nostra epoca - rende questo processo ancora più rapido impiantando costumi e usanze che finiscono, con il tempo, per essere condivise da tutti.
Indubbiamente la possibilità di ampliare il nostro orizzonte culturale attraverso l'esperienza diretta ci riscatta da secoli di letteratura prodotta dagli "addetti ai lavori" che, se da un lato aveva il merito di ampliare la conoscenza attraverso la lettura dei resoconti di viaggi in terre lontane, dall'altro si prestava, spesso, ad interpretazioni personali filtrate dalle loro convizioni morali e religiose. 
Resta il problema, comunque, di come poter interpretare (leggi: giustificare) certi costumi che sono ancora rimasti legati ad antiche tradizioni. 
Mentre la nostra cultura religiosa si è sempre perfettamente adeguata ai tempi, alle circostanze politiche ed al progresso, stornando sapientemente lo “scarto culturale” dei tempi, altre religioni, come quella indiana, non si sono minimamente poste il problema. 
Ci riferiamo, naturalmente, all'induismo "ortodosso", non a quelle correnti mistiche e pseudo religiose che negli ultimi tempi sono proliferate sia in Occidente che in Oriente: un misto tra panteismo, rimasugli "grattati" dal pentolone della cultura hippy, new-age, ecc. ecc.

 

Una pratica religiosa che in India ancora oggi sfida il corso del tempo è quella del sacrificio cruento in onore a Durga. Visitando il tempio ci si può trovare improvvisamente richiamati dalle urla strazianti di un animale al quale stanno mozzando la testa dinnanzi allo sguardo... (compiaciuto?) degli astanti - grandi e piccoli - oltre, naturalmente, a quello della dea cui il sacrificio è diretto!
L'impressione del sangue, si sa, prevale su tutto: sul rispetto per le altrui tradizioni, sull'acculturamento...ecc. per cui il primo istinto che ti assale è quello di stigmatizzare il fatto. 
Ma è possibile che lì a due passi da te, un bambino del luogo rimanga a guardare, impassibile, mosso probabilmente solo dalla curiosità?
Quei pochi momenti, trascorsi nella apparente normalità di un atto religioso dovuto, racchiudono un divario culturale e sociale di centinaia e centinaia di anni che si riflette, evidentemente, anche nella interpretazione morale di certi costumi.
A chi non sarà capitato, in un viaggio in India, di osservare un disegno, un dipinto recante l'immagine di una figura femminile che brandisce una spada e tiene, con l'altra mano, un capo mozzato? 
Quella Signora che brandisce la spada e una testa separata dal corpo dalle sembianze umane, è la stessa che “osserva” compiaciuta il capo mozzato della capra.

Durga, l'inaccessibile. Una delle figure più note e popolari del panteon induista è considerata la consorte di Shiva - quindi Signora della distruzione - e viene generalmente descritta dalle numerose fonti testuali in forma terribile e con un temperamento irascibile. I moderni artigiani dellIndia - sembrerebbe quasi ad onta e a dispetto delle sublimi espressioni dell'arte pittorica e scultorea create dai loro avi - riescono, pur di vendere, a farne delle riproduzioni talmente banali e ridicole che il turista ignaro ed ignorante non sa neanche minimamente cosa sta comperando.
Durga è spesso chiamata Kali ed il suo culto è particolarmente sentito nel West - Bengal a Calcutta

     
Attenzione. Prima di cliccare sul tasto play... sono contenute scene cruente su animali. Sconsigliato a bambini e persone impressionabili.

Pubblichiamo questo video solo a scopo documentario, pur condannando la pratica per motivi etici.

 

 

Probabilmente, nell'antichità, a questa divinità furono dedicati cruenti sacrifici umani. Bana, un poeta vissuto nel settimo secolo, al quale si deve un inno alla dea: Chandisataka, allude anche a sacrifici umani. 
Secondo Horace Hayman Wilson, un orientalista inglese nato nel 1786 e giunto a Calcutta nei primi dell'Ottocento, quando nel 1835 il Governo Britannico mise ufficilmente al bando qualsiasi forma di sacrificio umano, ogni venerdì un ragazzo veniva trovato decapitato davanti all'immagine di Kali (H.H.Wilson - Selected Works).
Il mito giustifica - dal punto di vista letterario - questo carattere.

L'origine si trova nel Devimahatmya, un episodio del Markandeya Purana, e racconta la vittoria della dea sulle forze del male (Asura). 
Si descrive Durga sotto un'altra forma - Chandika - la quale altro non è se non la sintesi delle combinate energie degli dei minacciati, appunto, dall'asura Mahisha. 
Nel combattimento, durante il quale l'asura assume svariate forme, tra cui quella di un bufalo, la dea decapita il demone con un colpo netto della sua sciabola. Assumerà per questo motivo l'appellativo di Mahishasuramàrdini - colei che ha sconfitto l'asura Maisha -. Questa è la consueta rapperesentazione di Durga: la vittoria del bene sull'oscurità del male. 
Da questo mitico avvenimento, probabilmente, deriva l'usanza - tramandata nei secoli, di celebrare la vittoria delle forze celesti su quelle infere. 
Oggi, nell'ottica della nostra cultura, anche il sacrificio di una capra può rappresentare violenza gratuita verso animali innocenti. 
E' corretto formulare un giudizio assoluto? Forse non più di quanto possa fare un indù ortodosso vedendoci mangiare carne di vacca.

 

Riportiamo l'inno di Arjuna alla dea Durga, descritto nel Mahabharata, il grande poema epico dell'India, nel quale risultano vari epiteti attribuiti alla dea.
Rispetto a te, Siddhasenàni (generalessa dei Siddha) la nobile, colei che abita sul monte Mandara, Kumàri, Kali, Kàpali, Kàpila, Krishnapìngala. Onore a Bhadrakàli; onore a te. Mahakàli; salute a te Chàndi, Chànda; salute a te o Tàrini (colei che libera) o Varavàrnini (dai colori meravigliosi); o fortunata Katyàyani, o Kàrali, o Vijàya, o Jàya (vittoria) che porti la coda del pavone come stendardo, adornata di gioielli, armata di lance, della spada e dello scudo, sorella più giovane del signore delle pastorelle (Krishna) figlia maggiore nata nella famiglia del mandriano Nanda, deliziata del sangue di Mahisha, Kausikì, vestita di abiti gialli, tu che ridi sonoramente, dalla bocca di lupo; onore a te che ti delizi nella battaglia, o Uma, Shakàmbari, tu bianca (Sveta) tu nera (Krishna) o distruttrice di Kaitabha.

Rispetto a te o Hiranyàkshi (dorata), Virupàkshi (distorta), Dhumràkshi (dagli occhi neri), o Vedàsruti (tradizione dei Veda) la più pura, fervida Jatavedasi (aspetto femminile di Agni) che risiedi perpetuamente vicino a Jambu [un appellativo di Shiva]. 
O scienza, tu sei la scienza del Brahman, il grande sonno degli esseri incarnati, o madre di Skanda [il fratello di Ganesha] divina Durgà abitatrice delle terre desolate.
Tu sei chiamata svahà, svadhà [sono dei mantra recitati quando si fa un'offerta alla divinità] kalà (il tempo) kasthà (la suddivisione del minuto) Sarasvatà [identificazione con Saraswati] Savitrì madre dei Veda e del Vedanta
Tu, grande dea, sei invocata con il cuore puro.
Con il tuo favore, fammi essere sempre vittorioso in battaglia. 
Tu abiti perennemente nei deserti, nella paura, nelle difficoltà e, per la salvezza dei tuoi devoti in Patala (inferno) e conquisti i Danava in battaglia.

Tu sei Jàmbhani (la distruttrice) Mòhini (la fascinosa) Maya (l'illusione) Hri (l'aurora) Sri (la Dea) Sàndhya (il passaggio tra le fasi del giorno e della notte), la luminosa, Savitrì, la madre, Tusti (la soddisfazione) Pusti (la pinguedine) Dhriti (la fedeltà) Dipti (la luice) accrescitrice del sole e della luna; il potere dei potenti in battaglia; tutto ciò sei tu per i Siddha e per coloro che desiderano diventarlo.