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Il locus classicus della profondità dei Veda è "l'inno alla creazione", dove sembra insinuarsi un pensiero più maturo o più affine al greco antico. "Non c'era ancora il non essere, né l'essere; non c'era l'aria e neppure il cielo che è al di là di essa".
Si canta di un'epoca che precede le distinzioni, senza rapportarla all'essere o al non essere: neppure il Nulla potrebbe già esistere. Né le coppie vita-morte o giorno-notte davano segno di sé. Seguendo la logica della identità-nella-differenza, soltanto quell'Uno (tad ekam) dominava il campo. Forse il mondo vi era già racchiuso: l'anonimo cantore non si sofferma sulla questione, e va a caccia del momento senza tempo in cui l'autogenerazione dell'Uno si compì.
Avvenne in forza della meditazione o del calore interno che l'Uno sprigionò da se stesso: il termine tapas allude a entrambe le accezioni. L'essere primigenio arriva a esistere in virtù di uno yoga innato e intrasmissibile, di cui le forme posteriori sarebbero pallide imitazioni.
Ma il vuoto degli abissi fu colmato e i desideri (kama) dell'Uno divennero realtà.

Il mondo nasce da una tendenza volitiva della mente, senza la minima traccia di idealismo. Poi furono i saggi a frugare nei loro cuori alla ricerca della totalità delle cose, dove l'essere si vincola al non essere. Furono loro a rischiarare la luce, emuli della potenza creativa dell'Uno.

(Leonardo Vittorio Arena - Il pensiero indiano)