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Questo libro si conclude con un'immagine, un'immagine che abbiamo visto tante volte: Madre Teresa che prende in braccio una bambina malata. Madre Teresa e la bambina hanno una sola cosa in comune: le rughe. A chi le chiede perché sia contraria a una seria politica di pianificazione familiare, lei risponde sollevando ancora più in alto la bambina e dicendo: "Vede, c'è vita in lei". Ma la bambina è malata e ha le rughe e la frase assume un tono cinico e surreale. 
Noi che leggiamo ovviamente non sappiamo che fine abbia fatto la bambina, se è guarita da quelle rughe ed è diventata una donna, oppure è morta nonostante l'aura di vita che Madre Teresa ha visto in lei. Se così fosse noi vorremmo che Madre Teresa si tenesse le sue rughe, se le tenesse solo per lei, e combattesse affinché altre bambine con le rughe non nascano mai; e se proprio debbono nascere, ebbene che almeno abbiano un nome, malate, rugose, ma con un nome, un nome che impedisca loro di essere un agnello sacrificale, un feticcio da sollevare in cielo alla ricerca di un Dio da elogiare.
Un Dio che attraverso Madre Teresa solleva in alto le bambine rugose, e le fa risplendere per un attimo di fioca vita, prima di farle ritornare sulla panca di legno dalla quale erano state sollevate.

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Chi potrebbe essere tanto meschino da prendere di mira una vecchia rugosa e avvizzita, carica di anni, che ha consacrato tutta la sua vita ai bisognosi e ai derelitti? Ma, d'altro canto, chi potrebbe essere tanto indifferente da lasciare inesplorati gli influssi e i motivi di una donna che una volta si è vantata di dirigere oltre cinquecento conventi in più di centocinque paesi, "senza contare l'India?" Solinga pasionaria ricolma d'abnegazione, o presidente di una multinazionale delle missioni? L'ago della bilancia si sposta a seconda della prospettiva, e la prospettiva cambia a seconda della bilancia.

Una volta deciso di lasciare da parte la soggezione e la riverenza, se non altro momentaneamente, il fenomeno Madre Teresa acquista le dimensioni dell'ordinario e addirittura del politico. Diventa arte della battaglia delle idee e dello scontro delle interpretazioni, e non può affermare seriamente di avere mezzi di sostegno invisibili. Il primo passo, come spesso accade, è quello cruciale. Mi sorprende ancora che nessuno abbia deciso prima di guardare alla santa di Calcutta come se il soprannaturale non c'entrasse nulla.

Al momento di fare le domande più ovvie e di cimentarmi con quelle con quelle che erano le prime e più superficiali indagini, fui molto scoraggiato da quasi tutti quelli con cui parlai. Perciò sento il dovere di menzionare persone che mi incoraggiarono e risposero all'implicita domanda - non c'è nulla di sacro? - con uno stoico "No".
Victor Navasky, direttore di "The Natiion" e Graidon Carter, direttore di "Vanity Fair" mi permisero entrambi di scrivere in epoca lontana polemiche contro Madre Teresa anche se avevano tutti i motivi per aspettarsi una reazione ostile da parte dei lettori (che, fatto interessante, non si verificò).

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Una volta Madre Teresa (che personalmente, va rilevato, si è fatta ricoverare in cliniche e ospedali tra i più eleganti e costosi dell'Occidente per i suoi problemi di cuore e di vecchiaia) ha scoperto il proprio gioco in un'intervista filmata. Dopo aver descritto una persona malata di cancro all'ultimo stadio che aveva dolori insopportabili, con un sorriso Madre Teresa rivelò all'obiettivo di aver detto a quel paziente terminale: "stai soffrendo come Cristo sulla Croce, perciò sicuramente Gesù ti sta baciando". Poi senza rendersi conto dell'ironia che si poteva attribuire alle sue parole, riferì la risposta del sofferente: "allora, per favore, digli di smettere di baciarmi...".
Ci sono molte persone strette nella morsa del bisogno e del dolore le quali, nel momento estremo,  hanno avuto motivo di desiderare che Madre Teresa fosse meno generosa con le sue carezze metafisiche personali e un poco più attenta alla vera sofferenza.

(Christopher Hitchens - La posizione della missionaria. Teoria e pratica di Madre Teresa)

 

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