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Come è possibile comprendere il rituale senza interpretarlo in termini di simbolo, significato o senso? Al fine di ottenere una simile comprensione, dovremmo fare tre cose, più o meno nello stesso momento: per primo dobbiamo avere una mente aperta riguardo alle domande concettuali dove il rituale "si colloca". Dovremmo distaccarci in particolare da quei domini dove la nostra storia e la nostra cultura ci predisporrebbero a collocarli: in quelli della religione e della società.
Secondo, dobbiamo studiare il rituale in maniera ancora più profonda rispetto a quella degli studenti di tali scienze.
E, terzo, dobbiamo concepirlo secondo prospettive più generali ed astratte, rispetto a come si è sempre cercato di fare. Il terzo requisito rimane, in larga misura, un compito per il futuro.
I primi due sono brevemente discussi nel presente capitolo.

Separare il rituale dalla religione, dall'antropologia e dalla sociologia non è semplicemente un esercizio mentale, bensì un prerequisito metodologico. Dal momento che corrisponde ad un basilare cambiamento di prospettiva, esso richiede uno sforzo speciale.
Fortunatamente vi sono due tipi di evidenze circostanziali che vengono in nostro aiuto nel tentativo di ottenere una tale diversa visione.. La prima consiste nella realizzazione che l'interpretazione di particolari riti fatta dagli studiosi di religione e dagli antropologi sono spesso in contrasto tra di loro e spesso differenti all'interno di ciascuno di questi campi.
Questo vale soprattutto per la letteratura dei Brahmana, come abbiamo già visto. Le "ambiguità" funzionali riscontrate da Van Gennep  e Durkheim illustrano più esplicitamente tali difficoltà.

Una volta che tali incoerenze di interpretazione si sono confrontate, dobbiamo essere preparati ad accettare che ci può capitare di abbaiare contro l'albero sbagliato.
Il secondo tipo di evidenza circostanziale che può aiutarci a separare il rituale dalla religione e dall'antropologia proviene dal concetto della ritualizzazione che è stata adottata nella descrizione del comportamento animale.
Questo ha portato ad una nuova scienza, l'etologia, le cui radici affondano nel diciannovesimo secolo: "L'espressione delle emozioni negli Uomini e negli Animali"  di Darwin, del 1872.
Gli zoologi contemporanei hanno interpretato la ritualizzazione  come un cambiamento nella funzione di uno schema di comportamento, spesso utilizzandolo come mezzo di comunicazione.
Dobbiamo essere certi , tuttavia, di star studiando  il parallelo tra il rituale umano e la ritualizzazione animale, senza necessariamente adottare le interpretazioni che ci forniscono gli studiosi e gli scienziati, con quei dati.

Così come i riti umani possono non aver niente a che vedere con la struttura religiosa o sociale, i rituali degli animali possono non aver niente a che fare con le emozioni o la comunicazione.
Ciò che è incontrovertibile è solo che le dettagliate forme parallele tra i riti umani e animali gettano il dubbio su tutte le interpretazioni religiose, antropologiche e sociologiche, dal momento che per ciascuna di queste, per poterle considerare vere, è necessario accettare che gli animali che eseguono simili rituali come gli uomini possiedono simili caratteristiche religiose o sociali.
Tali affermazioni sono, naturalmente, esagerate fuori del campo della mitologia e dei racconti delle fate.
Gli animali hanno il rito dell'aspersione [spruzzate] ad esempio, ma questo non esprime né la fecondità nella cerimonia nuziale, né l'espulsione in quelle di separazione.

(Frits Staal - Ritual and Mantras. Rules without Meaning) [in inglese]

 

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