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Il termine philosophia perennis, apparso nel Rinascimento, e ampiamente utilizzato dalla neoscolastica, designa la scienza dei principi ontologici fondamentali e universali; scienza immutabile come questi stessi principi, e primordiale proprio per la sua universalità e la sua infallibilità. Useremmo volentieri l'espressione sophia perennis per indicare che non si tratta di "filosofia" nell'accezione comune e approssimativa della parola - che suggerisce soltanto costruzioni mentali, sorte dall'ignoranza, dal dubbio e dalle congetture, perfino dal piacere della novità e dell'originalità - oppure potremmo adoperare il termine religio perennis riferendoci allora al lato operativo di questa sapienza, quindi al suo aspetto mistico o iniziatico.
Appunto per ricordare tale aspetto, e per indicare che la sapienza universale e primordiale impegna l'intero uomo, abbiamo scelto per il libro il titolo "Religione perenne"; anche per designare che la quintessenza di ogni religione è in questa religio metafisica, e che la si deve conoscere se si vuole ragguagliare su quel mistero umano e divino costituito dal fenomeno religioso. Ora informare su questo fenomeno "soprannaturalmente naturale" è certo un compito tra i più urgenti del nostro tempo. 

Quando si parla di dottrina, si pensa anzitutto, e giustamente, a un ventaglio di concetti concordanti; ma va altresì valutato l'aspetto epistemologico del sistema considerato, e questa dimensione, che fa parte della dottrina, vogliamo esaminare in via introduttiva.
Per prima cosa bisogna sapere che esistono verità le quali sono inerenti allo spirito umano ma che, in realtà, sono come sepolte "in fondo al cuore", cioè contenute come potenzialità o virtualità nel puro Intelletto; sono le verità principiali o archetipe, quele che prefigurano e determinano tutte le altre. Vi possono accedere, intuitivamente  e infallibilmente, lo "gnostico", lo "pneumatico", il "teosofo" - nel senso proprio e originario dei vocaboli - e vi poteva accedere di conseguenza il "filosofo" nel significato ancora letterale e innocente della parola: Pitagora o Platone, e in parte anche Aristotile, malgrado la sua visuale esteriorizzante e virtualmente scientista.

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L'Esistenza è sottomessa all'Essere, ma l'Essere è a sua volta sottomesso o subordinato al Sovra Essere; in altri termini il mondo è sottomesso a Dio, ma Dio è a sua volta sottomesso alla sua Essenza: al "puro Assoluto", ad Atma senza traccia di Maya. Dio può tutto nel mondo; però non può nulla eccetto quanto gli detta la sua Essenza o la sua Natura, e non può volere altro.
Dio non può essere ciò che "vuole", salvo nel senso che vuole soltanto ciò che Egli è; ora Egli è il Sommo Bene. Il Dio Creatore è senza dubbio il Signore assoluto del mondo creato; ma Atma è il Signore assoluto di Maya e il Creatore dipese da Maya essendo, in essa, il riflesso diretto e centrale di Atma.
Che il Sovra Essere possa avere "sul suo piano" - se così ci si può esprimere in maniera provvisoria - una volontà diversa da quella che l'Essere ha sul suo piano, non è più contraddittorio del fatto che un aspetto dell'Essere o un "nome divino" possa avere una volontà diversa da quella di un altro aspetto dell'Essere.
Il "Generoso", ad esempio, può e deve volere differentemente dal "Vendicatore"; ora la diversità "verticale" nell'Ordine divino non è è più contraria all'Unità di quello che sia la diversità "orizzontale". Che Dio in quanto legislatore n on voglia il peccato mentre Dio in quanto Onnipossibilità lo voglia - ma da tutt'altra prospettiva beninteso - è plausibile come il fatto che la Giustizia divina abbia mire dissimili dalla Misericordia.
"Dio fa ciò che vuole"; in modo assai paradossale proprio questa espressione coranica, e altre analoghe,  indicano l'Assoluta Trascendenza e si riferiscono - nel linguaggio medesimo dell'Essere creatore e rivelatore - all'inesplorabile Sovra Essere, dunque all'Essenza trans-personale  della Divinità.

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L'Assoluto può essere accostato da due vie, l'una fondata su "Dio in sé" e l'altra su "Dio fatto uomo"; coò opera una distinzione tra l'Abramismo, il Mosaismo, l'Islam, il Platonismo, il Vedantismo da un lato, e il Cristianesimo, il Ramaismo, il Krishanismo, l'Amidismo, e in un certo modo anche lo stesso Buddhismo dall'altro.
La seconda via - quella del Logos - è paragonabile a una barca che ci conduce all'altra riva: la terra lontana diviene terra vicina sotto forma della barca; Dio si fa uomo perché siamo uomini; Egli ci tende la mano assumendo la stessa forma.
La qual cosa implica, innanzi tutto che l'uomo può salvarsi soltanto mediante questa mano tesa da Dio, e poi che l'immagine del "Dio in sé" sfuma nella mitologia e nelleconomia salvifica del "Dio fatto uomo".
La prima via poggia invece sull'idea che l'uomo, per sua natura - decaduta o no - ha accesso a Dio, e che è la fede nel "Dio in sé" a salvare; ma tale fede deve essere completa, deve includere tutto ciò che siamo, vale a dire il pensiero, la volontà, l'attività e il sentimento; è quanto intendono attuale le Leggi Sacre, sia per la comunità che per l'individuo. L'uomo si salva conformandosi in maniera perfetta alla sua natura teosofica; la Legge Sacra è quello che siamo, essenzialmente e quindi primordialmente.

(Frithjof Schuon - Sulle tracce della Religione Perenne)