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Lo Hatha Yoga Pradipika vuole essere veramente una "lampada" che illumina la discipline dello Hatha Yoha, cioè un chiaro commento che consenta di accedere allo Yoga e di comprenderne quindi le tecniche e gli scopi principali.
Eppure proprio nel verso d'apertura si afferma che lo Hatha Yoga è la scala per coloro che vogliono ascendere ai vertici del Raja Yoga; poi in modo ancor più esplicito si dichiara che lo Hatha e il Laya Yoga non sono che mezzi per ottenere il Raja Yoga (cif. H.Y.P., IV, 103); in un altro passo, però, si aggiunge che non si può ottenete il Raja senza lo Hatha Yoga (cfr. H.Y.P. II, 76).
Non esiste, dunque, alcuna soluzione di continuità tra le due discipline: ciascuna trova bensì il proprio naturale compimento nell'altra. Resta tuttavia palese una visione gerarchica che vede come ultimo approdo della coscienza proprio il Raja Yoga: esso occupa infatti il primo posto nell'elenco dei vari termini sinonimici che, secondo Svatmarama,  indicano lo stato in cui la coscienza ordinaria è superata e si è raggiunto il livello della pura contemplazione del Sé in una condizione di totale unificazione (si veda in H.Y.P., IV, 3-4 e 5-7 la chiara descrizione dello stato di samadhi).
In realtà il Raja Yoga o "Yoga Reale" è anch'esso, prima di tutto, una precisa tecnica sperimentale orientata all'acquisizione permanente di uno stato di coscienza "allargata", in cui il Sé individuale (jivatman) e il sé universale (paramatman) vengono percepiti come identici e come l'unica realtà su cui si basa il creato.

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Lo Hatha Yoga Pradipika ovvero la "Lucerna dello hatha Yoga", è uno tra i testi fondamentali che trattano questa disciplina. La meticolosa descrizione dei principali asana, degli otto tipi di pranayama, dei tre bandha  fondamentali e delle varie muda è finalizzata al conseguimento dello stato di samadhi, nel quale lo yogin è finalmente libero dai cinque modi dell'essere e cioè dalla veglia, dal sogno, dal sonno profondo, dallo svenimento e dalla morte: la sua mente è ormai esente da ogni pensiero, sensazione, turbamento, giunta com'è alla contemplazione del Vero, del Brahman, di Parama Shiva ed egli è immobile, stabile con il prana bloccato nel brahmarandra, alla sommità del capo.
E' un jivanmukta, un essere che, pur essendo ancora in vita, ha ragiunto e ottenuto al liberazione finale ed è al di là del samsara e delle catene del karman.

Sebbene l'opera sia a ragione famosa e molto conosciuta, le notizie su di essa e sul suo autore Svatmarama (colui che trova diletto nel sé) sono estremamente scarse. Sappiamo solo che Svatmarama si chiamava in realtà Cintamani, figlio di Sahajananda e allievo di Shrinatha, e che si fregiò del titolo di Yogindra, cioè di signore, maestro tra gli Yogin.

 (Svatmarama - La Lucerna dello Hatha Yoga. A cura di Giuseppe Spera)

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