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Pranayama, scienza del ritmo, si avvale del respiro, ossia di quel processo vitale che nell'uomo può assumere diversi "modi", così come nei suoni diverse sono le tonalità; ciò che varia è la frequenza: è proprio variando questa frequenza che possiamo sintonizzarci sui ritmi cosmici rintracciabili anche nella fisiologia dell'uomo.

 Prime difficoltà

Tra i meriti che lo Yoga può vantare va senza dubbio considerato il ripristino della corretta respirazione nel recupero dell'equilibrio psico-fisico.
A volte, la prima esperienza che un neo praticante fa nel corso di una seduta è la quasi totale incapacità a gestire l'atto respiratorio, specialmente quando si tratta di doverlo coordinare con un movimento fisico.

Quasi sempre ci si confronta con una respirazione troppo corta che non riesce quasi mai a “coprire” la tipica lentezza di una dinamica inserita nella pratica degli asana
In tali condizioni, spesso, ci si avventura troppo presto negli esercizi di Pranayama i quali presuppongono, invece, la totale padronanza nella modifica del respiro. 
O, peggio ancora, si spacciano per esercizi di pranayama quelle tecniche elementari destinate semplicemente a riappropriarsi della dinamica costale e diaframmatica. Tutto ciò, a volte, produce un risultato opposto a quelo che ci si aspetta.

Sarebbe bene a questo punto fare un pò di chiarezza, soprattutto sui concetti che ruotano attorno al respiro ed al pranayama. 
Se volessimo fare un paragone tra quest'ultimo e la bellezza di una sinfonia musicale saremmo autorizzati a supporre che la musica che delizia le nostre orecchie, non può che derivare dalla maestria dei professori d'orchestra i quali hanno necessariamente accordato i loro strumenti, così come il pranayama non è che il risultato del “gioco” dei ritmi respiratori fondati su un apparato sano ed equilibrato.

Abbiamo parlato di ritmi, il che sgombera il campo da qualsiasi dubbio: il pranayama non si fonda su una maggiore assunzione di aria e, quindi, di ossigeno nei polmoni così come la bella musica non si riduce al volume dei suoni che la compongono.
Prana, in fin dei conti, è un termine concettualmente chiaro all'indiano, mentre per un occidentale esso risulta, più di quanto non si creda, abbastanza emblematico.

Viene comunemente definito “energia” ma questa parola inquinata com'è, in occidente, dal concetto di natura industriale e tecnologica non rende troppo bene l'idea.
Nelle Upanishad è associato al pensiero di un ente supremo, assolutamente impersonale che sostiene la vita dell'Universo intero. E siccome la vita prima di tutto, si basa sul respiro, l'associazione con quest'ultimo è quanto meno scontata.

 Il respiro di Brahma

Una cellula del nostro tessuto, nell'arco della sua breve vita respira e probabilmente, dal suo punto di vista, non deve far altro. 
La stessa cellula, dal punto di vista dell'uomo ha, eminentemente, un'altra funzione: quella di contribuire al sostegno dell suo organismo.
L'uomo, a sua volta, non potrebbe esistere se non respirasse e, consapevole o no, questa è la funzione vitale principale.

Brahma (siamo in piena cultura indiana!) anche esso respira, ma il suo inspiro ed espiro altro non sono se non l'emissione ed il riassorbimento ciclico degli Universi (le cellule...?) e probabilmente dal suo punto di vista - perdonateci l'audacia! - la funzione principale dell'uomo non è tanto il respiro, quanto quella di consentire Kalpa & Pralaya (cioè emanazione e riassorbimento dei mondi).
Tutti respiriamo, ma il fine di uno è solamente il mezzo dell'altro, in un interminabile rapporto di reciprocità tra microcosmo e macrocosmo, tra le cellule e l'ente supremo.

Il comune denominatore è un rapporto ritmico che produce una dimensione stabilita dalla frequenza: più alta nella cellula, incommensurabilmente più bassa in Brahma.

An significa respirare; pranayama è l'equilibrio del respiro o, meglio, dell'Esistenza Universale. Attraverso esso si prospetta allo yogi l'unificazione di tutti gli stati di coscienza, ossia l'allargamernto della personalità culminante in quello stato di estasi che i testi classici chiamano samadhi.

Sapevate che il pranayama...

fa parte della ritualità quotidiana di un indù, sia che egli pratichi o no lo yoga? 
Rappresenta, infatti, la seconda fase della pratica mattutina (Sandhya) subito dopo il bagno. Consiste nella respirazione a narici alternate, abbinata alla recita mentale di alcuni mantra (di solito il Gayatri).
Per regolare i tempi di inspiro, ritenzione ed espiro, al Gayatri vengono aggiunte alcune sillabe, raggiungendo il numero di sessanta - quindi i tempi respiratori corrispondono a circa un minuto per ciascuna fase:

Vyahriti - 21 sillabe

  • Om Bhuh
  • Om Bhu-vah
  • Om Sva-ha
  • Om Ma-ha
  • Om Ja-nah
  • Om Ta-pah
  • Om Sa-ty-am

Gayatri - 24 sillabe

Tat / Sa-vi-tur / Va-re-ny-am / Bhar-go / De-va-sya / dhi ma-hi / dhi-yo / yo nah / pra-cho-da-yat.

Shira - 15 sillabe

Ap-o / jyo-ti / ra-so / 'mri-tam / Brah-ma / Bhur / Bhu - vas / Svar Om.

Hatha Pradipika

"Ed ora che l'asana è stabile lo yogin, signore di sé stesso, assumendo una alimentazione adeguata, deve consacrarsi al pranayama, secondo la via insegnata dal Guru".

In questo verso dell'Hatha Pradipika sono presenti tutte le condizioni attraverso cui l'adepto può attuare quel rito che il commentatore definisce sacro, in quanto rappresenta la chiave per accedere nello stato che trascende l'ordinaria esperienza di veglia, consentendo allo spirito di ritrarsi colà dove l'atto è magia e non viceversa.

All'epoca in cui l'opera fu redatta le condizioni fisiche dell'uomo erano probabilmente più integre rispetto ai giorni nostri perché, a quanto pare, progresso, benessere e comodità hanno anche significato degenerazione e "perdita di stato".
Ecco perché allora bastava affermare semplicemente: "stabilità" (sthira sukham, ovvero immobilità comoda, è la condizione essenziale dell'asana definita da Patanjali) mentre a noi tocca soffermarci in lunghe e spesso noiose analisi della meccanica articolare e del processo respiratorio per tentare di ripristinare ciò che da tempo abbiamo pertduto.

Pranayama, scienza del ritmo, si avvale del respiro, ossia di quel processo vitale che nell'uomo può assumere diversi "modi", così come nei suoni diverse sono le tonalità; ciò che varia è la frequenza: è proprio variando questa frequenza che possiamo sintonizzarci sui ritmi cosmici rintracciabili anche nella fisiologia dell'uomo.
Ma affinché uno strumento possa emettere suoni precisi, è necessario che sia stato precedentemente accordato e che presenti l'integrità di tutte le parti meccaniche.
Analogamente, un respiro che pretenda di trasformarsi in pranayama deve, per lo meno, possedere facilità di espressione, pienezza, armonia, tutte qualità che richiedono la perfetta funzionalità dell'organo corrispondente.

Un atto respiratorio si compone, come sappiamo, di due fasi: Inspiro, Espiro.
Normalmente in tutte le discipline ginnico-sportive si tende a sottolineare l'importanza della prima fase, spesso a scapito della seconda in quanto ciò induce un senso di pienezza, di accumulo che sembra liberare una maggior quantità di energia al momento dello sforzo fisico.
Questo atteggiamento è così radicato nella psicologia dell'uomo che anche laddove non sia previsto un impegno muscolare bensì solamente psichico, automaticamente si innesca il medesimo riflesso.
In tali condizioni stiamo mantenendo un tipo di respirazione superficiale che molto spesso conduce ad una sorta di affanno.
Nel prossimo numero esamineremo, brevemente, le cause di questo processo. 

Le fasi del respiro

Nelle discipline sportive, nella ginnastica siamo abituati a considerare l'atto respiratorio nelle due fasi principali: inspiro ed espiro. Sono i due eventi sottoposti allo stimolo del centro respiratorio ed ai quali spesso attribuiamo il ruolo di “sostegno” in particolari condizioni psicologiche: l'inspiro sembra alimentare un impegno sia fisico che mentale, mentre l'espiro ha la facoltà di alleggerire, ad esempio, uno stato ansioso.

In realtà esiste una terza fase di cui normalmente non abbiamo coscienza, una fase sospensiva che normalmente dura un tempo “trascurabile” nel passagio dall'inspiro all'espiro e viceversa, mentre possiede una durata considerevolmente maggiore in particolari momenti di tensione: ci ritroviamo, in sostanza, a trattenere il respiro quando gli eventi ci sovrastano.

Il pranayama utilizza, nelle sue tecniche, anche le fasi di sospensione dilatandone il tempo relativo. Abbiamo quindi, nell'ordine logico:

  • Puraka, l'inspiro
  • Antar kumbhaka, la sospensione “interna” cioè la ritenzione a polmoni pieni
  • Rechaka, l'espiro
  • Bahir kumbhaka, la sospensione “esterna” cioè la protrazione a vuoto.

Il termine Kumbha, in sanscrito, significa recipiente, contenitore per cui viene spontaneo, in questo contesto, pensare al contenitore dei nostri polmoni che, una volta sono pieni e l'altra vuoti. Nulla da eccepire, se non che, nello yoga, non è l'evento fisico a svolgere un ruolo determinante, bensì la condizione - diciamo così - psicologica. Avremo così, per lo meno, due “contenitori”: quello dei polmoni (cioè del respiro fisiologico) e quello della mente, tra i quali deve esserci, naturalmente, qualche relazione.

E' la premessa sulla quale poggia la meditazione: la mente condiziona il respiro ed il respiro influenza la mente. 
Abbiamo volutamente utilizzato due espressioni differenti. In primo luogo perchè i processi mentali sono più difficili da “recuperare” e quindi svolgono un vero e proprio condizionamento nella reazione agli stimoli emotivi.

Chi non ha mai verificato quanto difficile sia trattenere la reazione del pianto, il quale si manifesta mediante la rottura di un normale atto respiratorio?

In secondo luogo, sostenere che il respiro “condizioni” la mente significherebbe, implicitamente, imporre dei limiti allo sviluppo dello stato meditativo. Il ritmo respiratorio del pranayama, in realtà favorisce una sorta di “fascinazione” sulla mente, la quale può affrancarsi così dalla verbalizzazione intrinseca dei pensieri, producendo uno stato di coscienza che non risponde più alla logica discorsiva alla quale siamo costantemente sottoposti.

In realtà tutte le nostre esperienze e le conseguenti risposte che si traducono in comportamenti specifici, soggiacciono ad una logica “sintattica” secondo lo schema: soggetto -> predicato -> complemento. E' la visione e l'interpretazione ordinaria della realtà che si basa sulle consuete certezze, molte delle quali hanno finito per produrre altrettante convenzioni.

Questo filtro è talmente radicato nella nostra coscienza quotidiana che al di fuori delle sue maglie c'è l'assurdo, la pazzia o...la meditazione. Ma questo è un altro discorso!