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Possiamo essere asceti e uomini di mondo al tempo stesso: asceti nella profondità della nostra anima, individui sociali nella comune ricerca della verità.  

Lila

L'uomo del nostro tempo vive generalmente in un ambiente ostile alla percezione profonda della realtà.
Noi viviamo in un mondo complicato e vorticoso, dove la sovrabbondanza di stimoli e di offerte cattura continuamente la nostra attenzione, dove le novità esigono continui cambiamenti e la pubblicità non cessa di stimolare ed attirare.

Il corpo, il nostro organismo, non può più sottrarsi a questo processo e così viene inesorabilmente impoverito e limitato da una mentalità utilitaristica e ridotto a semplice mezzo strumentale.
Non solamente gli stessi gesti che compiamo nella routine della vita di tutti i giorni hanno assunto tale caratteristica, ma anche quelli straordinari, scaturiti da una volontà decisa e da una vigorosa azione rischiano quasi sempre di non cogliere la realtà essenziale e di perdere di vista il senso della vita.

Nella cultura indiana, la Creazione divina è chiamata lila, atto giocoso perché si sottrae al carattere obbligatorio del comportamenti "dovuti", perché nel gioco c'è la piena espressione della libertà, il massimo potere creativo.

Questa parola può racchiudere in sé un vasto numero di significati e di sfumature nell'ambito sociale, etico, morale secondo visione e concetti strettamente personali.
Libertà è decidere, e renderti conto che stai decidendo ma è anche, secondo il pensiero di Montesquieu, il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono e quello - aggiungiamo - che anche gli usi, i costumi e le convenzioni stesse permettono. Due concetti di libertà che si collocano agli estremi di una scala di valori:

  • quello del diritto assoluto che saremmo portati a rivendicare in una certa epoca della nostra vita e della nostra maturità, quando quel senso profondo dell'esistenza comincia a belenare nell'intelletto, facendoci anche diventare meno tolleranti, un pò meno accomodanti rispetto a tutto ciò che prima costituiva la base di una esistenza ordinaria. Quella forza, insomma, quella enorme spinta che in India conduce asceti e ricercatori a tagliare qualsiasi residuo legame con ogni forma organizzata, sia essa sociale che religiosa.
  • quella libertà relativa, all'interno della società, che struttura ed organizza il nostro stile di vita in base ad un sistema che premia l'allineamento, l'anticonformismo nel conformismo, la globalizzazione la quale regola i mercati finanziari così come gli esseri stessi. Anche questa pseudo libertà, in ultima analisi, può far scaturire quella spinta che, infine, ti porterà a cercare l'altra libertà, quando non sia troppo tardi

Recuperare la libertà

Ecco, allora, l'opportunità che lo yoga, oggi, può darti: il recupero della libertà di cui l'uomo attuale ha più bisogno che mai; un recupero attuato giorno dopo giorno, nella quotidianità della vita, che prescinda da troppo facili fughe dalla realtà, consapevoli del proprio ruolo o, se preferiamo, del proprio karma, in una società la quale si fonda, probabilmente, su valori che non amiamo troppo ma con i quali, tuttavia, dobbiamo confrontarci ad ogni momento della vita.
Avviare, in sostanza, il nostro processo di reintegrazione senza farci del male.

L'insegnamento dello Yoga è nato, molto probabilmente, sulla base di un rapporto strettamente personale tra maestro e discepolo e con un intento di ricerca difficilmente sostenibile nella società attuale.
Abbiamo molto spesso potuto constatare come l'indiano delle grandi città, parlando di questa antica disciplina con un occidentale, assuma sempre un atteggiamento di profondo rispetto il quale, tuttavia, lascia intravvedere un distacco simile a quello che potrebbe dimostrare un occidentale medio parlando dei patrimoni artistici e letterari del proprio paese.

Un distacco che si è andato sempre più accentuando anche per quell'inevitabile travaso della cultura che già dai primi del Novecento era stato annunciato da pensatori come Evola e Guénon.

Il linguaggio adeguato

Ma mentre questo fenomeno nelle città indiane sta disegnando un nuovo stile di comportamento che fino a non molti anni fa era basato esclusivamente su una visione tradizionale della vita, in Occidente la cultura indiana ha tutt'al più promosso isolati movimenti mistici e religiosi, legati più che altro al culto di qualche personalità dal forte carisma, più che ad una generale visione dell'esistenza.
Gli abusi di queste mode, da noi, fanno cronaca.

Pertanto, anche se i presupposti, qualunque siano - desiderio di trascendenza, evasione, cultura del corpo ecc.- potrebbero favorire questo processo di scambio con l'altra cultura, di fatto esso si limita ad isolati fenomeni i quali, peraltro, non sono nenche ben visti da quanti non li condividono.
E non vi sarà sorte migliore, a nostro avviso, sino a quando non si riuscirà a realizzare quello scambio che sappia onestamente rinunciare a tutte quelle sovrastrutture assolutamente pertinenti ad una particolare cultura, soprattutto religiosa e devozionale, ma che fuori del suo naturale contesto si trasforma troppo spesso in una ridicola mascherata.

Ecco allora la necessità di trovare, soprattutto da parte di chi insegna lo yoga, un linguaggio che sia coerente con la cultura alla quale si appartiene. Pertanto la prima libertà da conquistare dovrebbe essere quella dai pregiudizi e dai luoghi comuni che nel corso di troppi anni si sono andati stratificando.

Il fascino della visione orientale, la ricchezza e ricercatezza delle immagini iconografiche attraggono talmente la nostra fantasia che il più delle volte si trasformano in una gabbia dorata, limitando irreparabilmente la comprensione intima e profonda del loro significato.
Avvezzi, come siamo, al Regno della Quantità ci spinge la voracità di un sapere che il più delle volte si limita al superficiale dando una conoscenza che spesso porta a travisare più che comprendere.

Sosteneva Plutarco: "la mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita ma, piuttosto, come legna di una scintilla che l'accenda e vi infonda l'impulso della ricerca ed un amore ardente per la verità".

La saggezza dei porcospini

In una fredda giornata d'inverno un gruppo di porcospini si rifugia in una grotta, e per proteggersi dal freddo si stringono vicini.
Ben presto, però, sentono le spine conficcarsi reciprocamente e il dolore li costringe ad allontanarsi l'uno dall'altro.
Quando poi il bisogno di scaldarsi li porta di nuovo a toccarsi, si pungono ancora.
Ripetono così più volte svariati tentativi, sballottati avanti e indietro tra due mali: quello del dolore fisico per le punture che si infliggono e quello del freddo congelante, finché la saggezza non li porta a trovare quella moderata distanza reciproca che rappresenta la posizione migliore. Quella giusta vicinanza, o distanza, che consenta loro di scaldarsi senza farsi del male.