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Ad eccezione delle scuole materialiste dei Charvaka, tutti i sistemi filosofici indù accettano la possibilità di poter sviluppare una percezione sovrannaturale, naturalmente con le differenze tipiche di ciascun pensiero . 

La retta cognizione

Tutta la produzione filosofica sullo Yoga ruota attorno al concetto di retta conoscenza. 
Patanjali stesso, nel suo compendio sul Raja Yoga, afferma che la retta cognizione (pramana) è costituita dalla percezione sensoriale, oltre che dall'inferenza (deduzione) e dalla testimonianza veritiera. 
Conoscere la vera natura della realtà significa, per il ricercatore, affrancarsi dall'illusione esistenziale prodotta dalle innumerevoli vritti - vortici - della mente. 

Il termine sanscrito che definisce la parola "percezione" è pratiaksha [da prati = (andare) verso, e aksha =occhio] e si riferisce strettamente alla percezione diretta o conoscenza che proviene dagli organi di senso (indryia).

In un senso più generale, essa include:

  • la facoltà percettiva, o pratiaksha vera e propria; 
  • il processo di percezione mentale o "comprensione" della cosa percepita; 
  • l'autoconsapevolezza, cioè coscienza del piacere e della sofferenza, chiamata aham-pratyaya; 
  • la percezione degli yoghi e dei rishi, che include la conoscenza paranormale;
  • la divina percezione, ovvero Ishvara pratyaksha.

Nyaya e Vaisheshika

Il senso percettivo dipende da una relazione chiamata sannikarsha : una sorta di comunione dinamica tra l'organo di senso e l'oggetto percepito.

Questa relazione è estremamente sottile e complessa ed è l'oggetto di discussione di una importante scuola di pensiero (darshana): il Nyaya - Vaisheshika. 
Esistono cinque stadi nella percezione sensoriale

  • darshana , l'osservazione ossia l'impatto dell'oggetto sull'organo di senso. E' da notare, per inciso, che in India la visita al tempio viene definita con questo termine (darshan) e sta ad indicare il processo di "osservazione" della divinità sul fedele; 
  • avagraha , la "presa" dei dettagli dell'oggetto, ad esempio il colore, l'altezza di un suono, ecc. 
  • iha , il "desiderio" di conoscere i particolari dell'oggetto, ad es. se quell'oggetto bianco sia una bandiera ovvero un uccello; 
  • avaya , il discernimento dei dettagli; ad es. se quell'uccello è un airone. Stabilire, in sostanza, a quale classe quell'oggetto appartenga. Si tratta, quindi, di una vera e propria discriminazione; 
  • dharana , la "conservazione" della impressione dell'oggetto percepito. I praticanti di yoga ben sanno che questa capacità, che comunemente chiamiamo concentrazione, è un prerequisito indispensabile alla meditazione

Percezioni paranormali

Questi gradi sovranormali di percezione vanno al di là del comune senso percettivo. Non dipendono, ovviamente, dal comune organo di senso e trascendono le categorie di tempo, spazio e causalità.

Ad eccezione delle scuole materialiste dei Charvaka , tutti i sistemi filosofici indù accettano la possibilità di tale percezione sovrannaturale, naturalmente con le differenze tipiche di ciascun pensiero .

La dimostrazione di una simile percezione è rintracciata nella chiaroveggenza, chiaroudienza, aumento della sensibilià agli stimoli nervosi della visione, udito e tatto (iperestesia), telepatia e numerosi altri poteri conosciuti come siddhi .

Spesso viene fatta una distinzione tra i poteri degli yogi e quella dei rishi. 
Quest'ultima, chiamata arsha-jnana , conferiva agli antichi saggi una cognizione intuitiva delle leggi cosmiche dell'universo, con il potere di conoscere presente, passato e futuro.

La percezione yogica può essere acquistata tramite la meditazione, mentre la conoscenza dei rishi veniva sviluppata tramite le austerità (tapas).

 La percezione divina

Esiste, infine, una forma più alta di percezione, chiamata Ishvara pratiaksha , la "percezione divina" ovvero la conoscenza che Dio ha sulle cose del mondo.

La cultura indù ha da sempre speculato sulla natura divina e sugli attributi della divina conoscenza, ritenendo che questi debbano essere "appresi" qualora si vogliano penetrare i misteri dell'universo.

Una parte del bagliore istantaneo con il quale il divino conosce tutte le cose, può trovarsi come riflesso nell'uomo. 
Si narra il ricordo di una visita di alcuni filosofi indiani ad Atene, uno dei quali, conversando con Socrate, gli chiese di spiegare l'oggetto della sua filosofia. 
Il filosofo greco replicò che la sua filosofia concerneva l'indagine sui fenomeni umani, al che l'interlocutore replicò: "Come potrai mai capire i fenomeni umani, se ignori completamente quelli divini?"