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L'isolamento

Tutta la pratica dello yoga mira ad un progressivo isolamento inteso nel senso più vasto.
La posizione dei principali asana seduti a gambe incrociate sembrerebbe avere lo scopo di isolare il corpo da certe correnti ctonie.
Questo isolamento è rafforzato, si dice nei testi, se si colloca l'erba kusha (erba sacra utilizzata spesso nei riti vedici) oppure una pelle di antilope o di tigre sotto il corpo. 

L'asana stesso non rappresenta un semplice atteggiamento profano, ma occorre capire il senso del gesto, il suo significato simbolico rituale, fino a concepire il proprio corpo come l'immagine di un aspetto divino.
Questo isolamento dallo stato profano concorre alla creazione di quel potenziale interno la cui presenza è resa più evidente da pratiche come i bandha, il cui significato, allora, non è più quello fisiologico che viene completamente trasceso.

Anche il pranayama stesso, inteso come controllo del Prana avrà la funzione di contenere, di ordinare questo potenziale la cui chiusura avviene simbolicamente attraverso il mudra, letteralmente "il sigillo". 
Ora, sarebbe assolutamente illogico, una volta create queste condizioni interne, disperderle attraverso una banale pratica di rilassamento in cui normalmente si mette di tutto: dalla visualizzazione di scene, le più idiote, al sottofondo di una musica più adatta a smuovere i sentimenti e gli stati emotivi. 

L'errore più comune

Anzi, simili pratiche, se rendono vano tutto ciò che può essere stato creato con la seduta, possono condurre il praticante a stati caotici e disgreganti della personalità stessa: vale a dire che il processo di "aggregazione" della personalità che lo yoga ha operato, viene distrutto con la successiva disgregazione ad opera di un "rilassamento" arbitrario.

Invece, attraverso lo yoga nidra, con l'uso di mandala appropriati i quali rappresentano simbolicamente parti del cosmo e le forze in esso operanti, è possibile favorire una sublimazione di quel potenziale creato che conduca ad uno stato di super lucidità, anziché cadere in quello stato di offuscamento a cui il normale rilassamento conduce.

L'errore più frequente, quando ci si appresta ad assumere una postura è quello di lasciar assorbire la mente soprattutto dal movimento, in particolare quando si esegua una preliminare fase dinamica, invece di soffermarsi dapprima su quaegli aspetti che costituiscono, appunto, la "preparazione" stessa dell'asana.

Tali sono la localizzazione del corpo in quel preciso momento, intesa sia come collocazione nello spazio che come "presenza" dovuta al processo di interiorizzazione.
A questa fase sarà associata quella della distensione, allo scopo di rilassare contrazioni e tensioni che già in partenza ostacolano la corretta assunzione dell'asana stesso.

Tutti questi processi di orientamento della coscienza saranno, naturalmente, sottolineati dal naturale ritmo respiratorio dal quale nasce l'asana e lo mantiene per tutta la durata.

La stabilità

La caratteristica principale di un asana è quella della stabilità, data non dal semplice appoggio ma dalla presenza di un equilibrio.
Equilibrio che si deve manifestare in tutte le posizioni, sia in quelle dove la base d'appoggio è più ampia - cioè in quelle sedute - sia, a maggior ragione, in quelle in piedi dove la base è più ridotta e, quindi, la ricerca della stabilità più minuziosa.

La ricerca dell'equilibrio in piedi, in modo particolare, sarà data dal rilascio di tutti i blocchi che creano uno sbilanciamento dell'asse del corpo e quindi uno spostamento del baricentro.
Se questa ricerca dell'equilibrio ci porta ad una preparazione ottimale essa va, non meno, mantenuta durante tutta l'esecuzione, in particolare negli spostamenti, in maniera tale che in qualsiasi momento tutte le parti siano perfettamente distese e possa avvenire un reale allungamento della muscolatura.

Dalla stabilità della base deriva la leggerezza e da questa il mantenimento di una respirazione tranquilla.

Nelle posizioni rovesciate (sarvangasana, shirshasana, ecc) si presenta in modo particolare la necessità di preparare adeguatamente la base di sostegno.
Questa è costituita da strutture che normalmente non sono destinate a tale scopo, e quindi presentano naturalmente una particolare fragilità.
Spesso a questa si aggiungono degenerazioni dovute ad atteggiamenti posturali scorretti; è evidente, quindi, la particolare importanza che riveste un certo lavoro preliminare.

La preparazione, quindi, sarà rivolta verso il tratto alto della colonna vertebrale con adeguati esercizi per il collo che riconducano ad un normale assetto del tratto specifico e conferiscano un maggior grado di robustezza. 

Sirshasana

Prendiamo, ad esempio, la postura denominata shirshasana, una meta ambita da tutti coloro che praticano hatha yoga.
Questo asana fa normalmente gravare tutto il peso del corpo sul capo; come dire che se il nostro peso corporeo è di sessanta chilogrammi, questo graverà quasi tutto sul tratto cervicale, tranne una parziale distribuzione sull'appoggio dei gomiti che, comunque, nella perfetta padronanza dell'asana non dovrebbe sussistere.

Lo stesso lavoro deve essere rivolto alla muscolatura posteriore del corpo, in particolare della schiena determinando, questa, lo specifico assetto nella posizione rovesciata.

Questo esercizio prevalentemente fisico, dovrebbe essere associato a quello psicologico, abituando progressivamente l'allievo alla nuova condizione.
La ricerca dell'equilibrio rappresenta un aspetto importantissimo di questo lavoro preliminare; equilibrio che andrebbe raggiunto attraverso posizioni intermedie come quella di preparazione a "kapalasana".

E' da sconsigliare, quindi, l'ausilio di un sostegno - come la parete - che sostituirebbe negativamente una progressiva presa di coscienza della posizione rovesciata e del suo equilibrio.